di
Mario De Curtis *

In una lettera dal titolo «We Do Care», pubblicata sul «New England Journal of Medicine», i medici del Minnesota lanciano l’allarme. In pericolo, la salute di donne in gravidanza e bambini. E quella collettiva

Un gruppo di medici del Minnesota ha pubblicato, il 29 gennaio, sul New England Journal of Medicine, la più autorevole rivista medica internazionale, una lettera di straordinaria forza morale intitolata: We Do Care
Non parlano di nuove terapie o tecnologie, ma di qualcosa di più elementare: della paura che sta allontanando migliaia di persone dalle cure, colpendo in modo grave donne in gravidanza, madri e bambini. Come denunciano i medici nella lettera, con l’aumento delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), introdotte dall’amministrazione Trump, ambulatori e Pronto Soccorso si stanno svuotando. Ogni paziente assente rappresenta un’occasione persa per intervenire, formulare una diagnosi, iniziare o modificare una terapia e fermare l’evoluzione di una malattia cronica. Sono pazienti terrorizzati. Quando vengono contattati raccontano di avere paura di uscire di casa, di guidare, di prendere un autobus, perfino di attraversare un parcheggio per raggiungere un ambulatorio, un luogo nato per curare, per timore di mettere in pericolo sé stessi e le proprie famiglie.
La lettera riferisce anche di donne che rinunciano ai controlli in gravidanza per paura di essere fermate e che arrivano in ospedale solo al momento del parto, spesso in condizioni critiche. Madri e neonati, privati di un’adeguata assistenza prenatale, diventano così più vulnerabili a complicanze evitabili. 

Nemmeno i bambini sono risparmiati

Negli ambulatori vengono saltate vaccinazioni e controlli per epilessia, diabete, ritardi dello sviluppo e patologie complesse. Nelle terapie intensive neonatali, accanto alle culle di neonati gravemente malati, i genitori spesso non sono presenti perché troppo spaventati per venire in ospedale. Nei quartieri della città, bambini innocenti sono stati esposti ai gas lacrimogeni e alla violenza. Cresce anche la difficoltà di molte famiglie a garantire cibo sufficiente ai figli. C’è inoltre un forte impatto sulla salute mentale. Le politiche restrittive sull’immigrazione e la persecuzione delle comunità immigrate hanno alimentato paura, dolore per le separazioni familiari e una crescente frattura sociale. Ogni giorno si incontrano pazienti con disturbo post-traumatico da stress, tentativi di suicidio, famiglie distrutte.
Questa testimonianza americana conferma ciò che la ricerca scientifica mostra da tempo: la salute non dipende solo dalla qualità delle cure, ma anche dal contesto sociale, giuridico e politico in cui le persone vivono. Povertà, insicurezza, discriminazione e instabilità si traducono in effetti biologici misurabili, fin dalla gravidanza e nei primi anni di vita.
Non a caso, pochi mesi prima, sulle pagine dello stesso New England Journal of Medicine, Alice Chen e Vivek Murthy in un articolo intitolato The Power of Physicians in Dangerous Times, avevano richiamato i medici al dovere di non restare in silenzio di fronte a politiche che mettono a rischio la salute pubblica, ricordando che il silenzio di fronte a politiche che producono danno finisce per renderci complici. Sottolineavano anche che i medici restano una delle categorie più credibili agli occhi dell’opinione pubblica e che le loro testimonianze possono orientare il dibattito pubblico e le scelte politiche. La comunità professionale, scrivevano, è una risorsa decisiva per trasformare l’indignazione in azione. I medici del Minnesota ricordano così il senso profondo del loro giuramento: curare senza discriminare. Ma chiedono anche alla società di fare la propria parte. Nessun sistema sanitario può funzionare se donne incinte, bambini e famiglie hanno paura anche solo di entrare in un ospedale.



















































Lezione universale 

Anche in Europa e in Italia, dove le migrazioni sono spesso affrontate come un problema di ordine pubblico, dovremmo ricordare che ogni politica che genera esclusione produce anche malattia. Difendere l’accesso alle cure significa difendere la salute collettiva, a partire dalle persone più fragili.
Stiamo assistendo a dinamiche che fino a pochi anni fa sarebbero state inimmaginabili, e il rischio è che, una volta varcata una certa soglia, non si riesca più a tornare indietro. Preoccupa il silenzio diffuso su questi temi e la mancanza di una presa di posizione esplicita delle nostre istituzioni sulle conseguenze umanitarie di queste operazioni.
Anche alla vigilia del nuovo Patto europeo su migrazione, asilo e protezione internazionale, che rischia di legittimare ulteriori ingiustizie in nome della sicurezza, la lettera del Minnesota ci ricorda che la salute è un bene pubblico che si costruisce con scelte responsabili. 
I medici del Minnesota, riecheggiando un principio etico universale, ci ricordano che il valore di una società si misura da come si prende cura dei più fragili. Ma questo livello di civiltà non è automatico: richiede persone disposte a parlare, a esporsi, a difendere senza ambiguità la dignità umana. Quando la paura diventa una strategia politica, si trasforma anche in una malattia sociale. E a pagarne il prezzo sono, come sempre, le persone più vulnerabili.

*Professore di Pediatria, Università di Roma La Sapienza

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4 febbraio 2026 ( modifica il 4 febbraio 2026 | 09:10)