La Mina Incahuasi, in Argentina, è una vecchia miniera d’oro. Si trova a 4 mila metri sul livello del mare, in fondo a una gola che si apre sul Salar del Hombre Muerto. È una zona molto remota – per raggiungerla bisogna guidare per quasi due ore dal pueblo più vicino, Antofagasta de la Sierra – ma popolata da secoli: questo perché la Puna, l’altipiano nel nord-ovest argentino tra le province di Salta, Catamarca e Jujuy, è un territorio ricchissimo di risorse, dove da sempre si estraggono oro, rame e borace.
Negli ultimi tempi, l’industria più attiva è l’estrazione di litio, l’oro bianco. L’Argentina, che insieme a Cile e Bolivia forma il «triangolo del litio», possiede circa il 15% delle riserve mondiali di questo metallo, fondamentale per la produzione di batterie e tecnologie legate alla transizione energetica.
«Le aziende hanno cominciato ad arrivare negli anni Novanta» racconta Román Guitián, il casique (capo tribù) della Comunidad Atacameña del Altiplano. «Da allora, le iniziative sono aumentate progressivamente: hanno portato strade, installato stabilimenti, trasformato il territorio passo dopo passo».
Il primo progetto è stato il Fénix (oggi di Río Tinto), a cui poi se ne sono aggiunti altri: solo nella piana del Salar del Hombre Muerto le attività in corso – alcune già in fase di estrazione, altre in esplorazione – sono sette.
Oggi, della Mina Incahuasi restano solo rovine: è stata abbandonata negli anni Cinquanta, quando si è esaurito definitivamente il giacimento. Le comunità indigene che abitano la Puna temono che questa nuova ondata estrattiva, guidata da interessi esterni e da capitali stranieri, possa stravolgere la loro terra, prosciugarla e, a un tratto, abbandonarla. Esattamente com’è avvenuto per la miniera.
«Noi non produciamo ricchezza, siamo invisibili» commenta Román, mentre passa per le case diroccate dei minatori. «Tutto passa: è passato l’oro, passerà anche il litio. Siamo noi, quelli che restano».
Fino all’ultima goccia
Le comunità della Puna temono che le tecniche di estrazione del litio possano alterare in modo irreversibile il territorio in cui vivono. L’altipiano andino è una regione arida e severa, dove gli ecosistemi si reggono su equilibri molto sottili. Qui le falde acquifere sono vitali per preservare fauna e flora, ma anche per la sopravvivenza stessa delle popolazioni locali.
Ogni goccia d’acqua conta: il problema, quando si parla di litio, è che per estrarlo ne servono migliaia di litri. In questa regione del mondo, infatti, è un sale disciolto in acqua: si trova in grandissime quantità nelle salamoie presenti sotto i salares andini. Per estrarlo bisogna pompare il liquido in superficie e lasciarlo evaporare al sole, in grandi vasche a cielo aperto, le piletas. Grazie all’irraggiamento solare e all’aria secca del deserto, l’acqua evapora nell’arco di 12-18 mesi, mentre la concentrazione di litio sale progressivamente dallo 0,2% iniziale al 6% circa. La salamoia così concentrata viene poi lavorata in impianti specializzati per ottenere carbonato di litio, che viene infine purificato e asciugato.
Questo è il metodo tradizionale, e ha come vantaggio un basso costo operativo, dato che sfrutta energia gratuita – quella del sole – per separare le saline. D’altro canto, presenta più d’una criticità: la lentezza del processo, un rendimento che può essere inferiore al 50%, e soprattutto l’evaporazione di enormi volumi d’acqua.

«Le stime» spiegano Juan Veizaga e Silvina Ontiveros, ricercatori e specialisti del settore minerario, «calcolano che per estrarre il litio necessario alla costruzione di una batteria d’auto elettrica servano fino a 150 mila litri di acqua».
La maggior parte del liquido impiegato è salamoia industriale, inadatta a usi potabili o agricoli, ma circa il 10% di quanto viene convogliato nelle piletas proviene dalle falde d’acqua dolce.
Per mitigare gli effetti potenzialmente disastrosi di questa attività, autorità e aziende stanno introducendo misure di sostenibilità ambientale sempre più stringenti. Oggi, nelle province di Salta e Jujuy, ogni nuovo progetto deve presentare uno studio dettagliato delle ricadute sul bacino idrologico, con l’obbligo di dimostrare che il bilancio tra portate in ingresso e in uscita sia in pareggio.
«Il problema» sottolineano Veizaga e Ontiveros «è che finora le valutazioni ambientali delle imprese si sono limitate al livello locale, stimando quanto ciascuna miniera preleverà dal bacino principale, ma manca una visione d’insieme».
Da qui nasce una doppia incertezza. La prima è legata alla scarsità di dati: non si sa con precisione quanta acqua piovana riesca a ricaricare i salares ogni anno, il che rende difficile stabilire un limite sostenibile di estrazione – e le precipitazioni, già variabili, saranno sempre più instabili per via del cambiamento climatico.
La seconda, più grave, è l’assenza di una valutazione cumulativa: le imprese, al momento, procedono autonomamente, e l’effetto combinato dei singoli impatti potrebbe spingere il sistema oltre un punto di non ritorno.
«Se consideriamo che nel nord-ovest argentino ci sono già dieci progetti in fase di estrazione e oltre 40 in esplorazione, è evidente che la produzione accelererà. E con essa, anche la pressione ambientale. Senza correttivi seri» conclude Veizaga «l’industria rischia di collassare prima ancora di raggiungere il suo pieno potenziale».
Al centro del mondo
Il processo, tuttavia, è praticamente irreversibile. La domanda di litio a livello mondiale è triplicata dal 2017 e, secondo le proiezioni, potrebbe crescere di quasi cinque volte entro il 2030, spinta dalla crescente diffusione di veicoli elettrici e dalla richiesta di sistemi di stoccaggio energetico.
La forte espansione del mercato ha innescato una corsa mondiale all’accesso delle risorse, con Stati Uniti, Europa e Cina in testa per garantirsi un flusso stabile di materie prime. E l’Argentina, in questo scenario, si sta mettendo stabilmente al centro delle mire internazionali.
Infatti, se l’industria cilena, attiva da più tempo, comincia a mostrare segni di stagnazione e quella boliviana resta ancora troppo acerba, il modello argentino sta attirando un’attenzione crescente. Il presidente Javier Milei ha adottato una linea apertamente pro-business, eliminando il controllo valutario e introducendo incentivi fiscali mirati per i grandi investimenti nel settore minerario. Tra questi, il regime Rigi (Régimen de Incentivos a Grandes Inversiones), che prevede agevolazioni tributarie e cambi più flessibili, a condizione che almeno il 30% dell’investimento venga reinvestito nel Paese entro i primi tre anni.
L’obiettivo dichiarato è rassicurare chi vuole investire capitali di lungo termine, contrastando la fama del Paese di «incumplidor serial» (inadempiente cronico) negli impegni economici. Grazie a questo nuovo corso, secondo le autorità, il Paese potrebbe diventare il secondo produttore mondiale di litio e, già nei prossimi anni, superare Cile e Cina per volume estratto, avvicinandosi all’Australia.
Questi picchi di richiesta stanno trasformando notevolmente il panorama della Puna. Le strade si sono moltiplicate in pochi anni e sono continuamente attraversate da convogli di camion carichi di salamoia. I villaggi, un tempo poverissimi, hanno elettricità, servizi igienici, connessione telefonica.

Il caso di Tolar Grande, da questo punto di vista, è emblematico. È un piccolo pueblo della provincia di Salta, a 3.500 metri sul livello del mare: poche case immerse in un deserto di terra rossa. Qui le operazioni di estrazione sono relativamente recenti. Hanno avuto inizio nel 2019 con due grossi progetti, uno della cinese Ganfeng, l’altro della canadese Mansfield.
«Negli ultimi quattro o cinque anni, la presenza dell’industria mineraria nella zona è cresciuta significativamente» dice Inés Farías (pseudonimo), insegnante nella scuola del paese. «Oggi molte famiglie forniscono servizi alle imprese, come trasporti, rifornimenti e catering. L’economia locale ne ha tratto beneficio: i miei studenti sognano un futuro qui».
Ma a Tolar Grande non è facile parlare con la gente. I casiques e gli amministratori locali tendono a vedere chi arriva da fuori come una minaccia. Il litio e le miniere hanno stravolto la loro vita per il meglio, e difficilmente sono disposti a mettere il processo in discussione.
Qualcuno cerca ancora di bilanciare entusiasmo e cautela, ma sono voci isolate. Inés, che non è originaria del luogo ma viene da San Antonio de los Cobres, ha uno sguardo più distaccato.
«Se è innegabile che qui la crescita è stata evidente e positiva, altrettanto vero è il rischio che non sia del tutto sostenibile», commenta. «Prima del 2019, quando giravo per le scuole della regione, l’acqua di Tolar era la più buona di tutte. Venivo e ne facevo scorta, la portavo con me. Oggi devo comprarla confezionata: è entrato qualcosa nelle falde, e ora mi fa male solo a berla».

Gli invisibili
I benefici e gli svantaggi che l’estrazione del litio comporta fanno sì che le popolazioni locali non siano affatto monolitiche nelle loro posizioni. Nelle province della Puna si osserva un mosaico di atteggiamenti che sfidano la semplificazione «pro o contro». In generale, il dibattito locale sull’attività mineraria è molto più complesso di uno scontro bipolare: è attraversato da speranze e delusioni, opportunismi e rivendicazioni di giustizia.

Anche in questo sostanziale equilibrio, nemmeno i sostenitori mancano di sottolineare criticità e chiedere correttivi. Secondo Melisa Escosteguy, antropologa sociale dell’università di Salta, ciò che si sta vivendo nel nord-ovest argentino rappresenta un chiaro esempio di «estrattivismo verde».
«Mentre nel Nord globale cresce la domanda di energia pulita» osserva «nelle regioni del Sud vengono riproposte pratiche ad alto impatto, che generano nuove zone di sacrificio ambientale e aggravano gli squilibri di potere con le realtà locali».
La promessa globale di sostenibilità si scontra così con realtà segnate da degrado ambientale e marginalizzazione, evidenziando un divario profondo tra obiettivi climatici e giustizia territoriale.
In questo contesto, la Comunidad Atacameña del Altiplano, un piccolo nucleo di cinque famiglie che vive attorno al Salar del Hombre Muerto, rappresenta una delle voci più critiche. Si tratta di persone semplici, che vivono principalmente di pastorizia e commercio artigianale, e che guardano con sano scetticismo alle attività minerarie, memori di precedenti esperienze di ingiustizia estrattiva.

Le imprese del litio esercitano un’influenza pervasiva sulle comunità della Puna. Oltre ai danni concreti – come la deviazione dei corsi d’acqua verso gli impianti, che ha compromesso alcune zone umide utilizzate dagli allevatori – esistono anche forme meno visibili di pressione. I cittadini devono affrontare barriere informative e mancanza di rappresentanza, in un contesto in cui il binomio aziende-istituzioni spesso svuota di senso la partecipazione pubblica. Le udienze si riducono a rituali dall’esito già scritto, alimentando la sfiducia verso le istituzioni.
In molti casi, inoltre, le imprese finiscono per supplire alle carenze dello Stato nei servizi essenziali, creando una dipendenza che vincola lo sviluppo del territorio al loro intervento.
«La transizione energetica» conclude Escosteguy «per essere davvero giusta, non può ignorare le voci di chi vive ai margini del “progresso verde”».
In un paesaggio in cui le promesse globali si intrecciano con le fragilità locali, la vera sfida non è solo estrarre una risorsa strategica, ma farlo ascoltando chi quella terra la abita ogni giorno. Perché è ai margini, tra gli invisibili, che si stabilisce il senso di cosa sia la sostenibilità.
4 febbraio 2026 ( modifica il 4 febbraio 2026 | 10:09)
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