Esce venerdì «Quando meno me lo aspetto», 14esimo disco del gruppo. Dal 10 aprile al via il tour teatrale

L’idea di Federico Zampaglione era quella di non fare più dischi e invece è arrivato «Quando meno me lo aspetto», 14esimo lavoro dei Tiromancino, in uscita il 6 febbraio, che sarà seguito da un tour teatrale, in partenza da Roma il 10 aprile.
Come ha cambiato idea?
«Avevo pensato che quello del 2021 sarebbe stato l’ultimo album e invece ci sono ricascato di nuovo. Credo che questo sia il disco più libero che ho fatto, è nato come quando ti viene un figlio che non ti aspetti, senza progettualità. Sono entrato in studio solo con l’idea di buttare giù delle cose che avevo nel cassetto, ma a volte proprio quando non fai programmi la musica riesce a essere più sentita e sincera».
È un disco molto suonato che spazia fra i generi.
«Le chitarre erano arrabbiate con me, mi guardavano e mi chiedevano di uscire, quindi ce ne sono più del solito. Ci ho messo dentro varie influenze musicali legate soprattutto al blues e al rock».
Aveva pensato di proporre un brano per Sanremo?
«Sì, ma ogni anno da 10 o 12 anni faccio la stessa cosa: a inizio estate dico “bisogna andarci”, poi entro in paranoia. Nel 2008 fu catastrofico, tragicomico, andò male: mia madre mi fece promettere di non andarci più. Poi lei è venuta a mancare e ogni anno ho il freno a mano tirato. Emotivamente subisco quel palco, vedo giovani che ci vanno come se niente fosse, ma a me mette l’ansia. Ci sono tornato da ospite ed è stata un’altra cosa, ma in gara quello è un palco difficile in cui tutti ti giudicano per quei tre minuti. Forse dovrei risolvere dei blocchi interiori e magari un giorno ci tornerò, mai dire mai».
Nei testi continua la collaborazione con suo padre Domenico?
«Non è mai finita, lui in qualche modo è sempre stato un elemento della band. Abbiamo iniziato a scrivere insieme con «Amore impossibile» nel 2004 e qui ci sono due testi suoi: «Una vita» e «Gli alieni siamo noi» che abbiamo finito di scrivere al telefono, mentre gli facevo gli accordi al piano. Lui è un professore di storia e filosofia e la nostra collaborazione è una delle cose più stimolanti».
Il disco si apre con due brani che fanno riferimento all’attualità.
«Facendo un disco oggi non si può evitare di parlare di quel che vediamo. Negli ultimi giorni, parlo dei file di Epstein, ci sono temi che vanno oltre l’horror, non ci si potrebbe neanche fare un film. Ma in generale la società oggi è difficile, sbrigativa nel giudicare e nella voglia di sentenziare, legata spesso all’apparenza. Ci si può perdere ed è facile sentirsi inadeguati».
È una critica anche al panorama musicale?
«C’è tanta roba in giro e ci sono anche tante cose che a me piacciono, non tutti scrivono cavolate o lo fanno per soldi. Kid Yugi ha delle cose da dire, così come Franco 126 o Calcutta. Come in tutte le epoche ci sono cose che resteranno e altre no, lo scopriremo vivendo».
Come ha accolto il brano di Bruce Springsteen su Minneapolis?
«Mi ha commosso in maniera profonda, credo sia uno dei pezzi più forti che ha fatto negli ultimi 20 anni e le parole sono quasi un documento, fissano un momento che fra 20 anni sarà raccontato con nomi e cognomi».
In «Scomparire nel blues» spiega che il blues è la sua salvezza.
«La mia medicina è quella: se torno a casa pieno di pensieri mi metto sul divano con una chitarra e quella è la mia isola felice che mi rende immune per un po’».
Anche il cinema per lei è una medicina?
«Sono due lavori diversi, la musica la puoi fare anche in maniera isolata, con il cinema connetti più persone. Quando faccio il regista esce la parte più meticolosa di me, non è così rilassante. Ora uscirà il mio sesto film, «The Nameless Ballad», legato anche alla musica, e poi ne ho altri due da fare, sempre horror-thriller».
Sembra aver trovato un equilibrio.
«In “Sto da Dio” parlo della grande paura che c’è oggi di perdere il proprio posto se non si sta sempre sotto i riflettori e invito a prendersi pure il mio. Io ho trovato un equilibrio interiore in cui sto bene anche al minimo. Mi sveglio e sono contento di essere nei miei panni. Il mondo delle aspettative è pericolosissimo, spesso ci distrugge, io mi sono concesso il lusso di non averne più».
È il primo album a cui lavora con questa serenità?
«In questo modo sì, due anni fa ho rischiato la pelle, ho visto la morte in faccia per il problema di salute che ho avuto e da lì sono cambiate delle cose sostanziali, mi sento già grato di fare una cosa che mi piace e quindi ho fatto questo disco per il piacere di condividerlo e non perché qualcuno lo debba comprare».



















































4 febbraio 2026