Ci siamo. Donald Trump sta provando a vincere illegalmente le elezioni di metà mandato di novembre con un’operazione speciale fatta di propaganda, di fake news, di uso della forza e di abuso di potere che fa impallidire i raid sul Venezuela e sull’Iran.
È la prima volta dalla Guerra civile di metà dell’Ottocento che gli Stati Uniti si trovano sul precipizio della fine della gloriosa democrazia americana. Sta avvenendo tutto alla luce del sole, non di nascosto.Questa non è un’esercitazione, è la realtà spiegata ieri da Trump, intervenuto nel podcast del suo ex vice direttore dell’Fbi Dan Bongino: Trump ha invitato i repubblicani a nazionalizzare il voto in una «quindicina di posti», per togliere ad alcuni Stati la gestione dei seggi, dell’accesso al voto, dei conteggi delle schede e della certificazione del risultato, avocandole a sé e alla manica di lestofanti di cui si circonda.
Trump sa che a novembre perderà la Camera, come dicono tutti i sondaggi e come ha appena confermato l’elezione suppletiva in un collegio del Texas conservatore che lui aveva vinto con una trentina di punti di vantaggio, ma che qualche giorno fa è stato vinto da un candidato democratico.
Trump sa che l’effetto primario della perdita del controllo della Camera è che nel 2027 ripartiranno le inchieste sull’operato fuorilegge suo e dei suoi collaboratori, e sa anche che per questo molto probabilmente sarà sottoposto a una terza incriminazione (impeachment), un record di infamia senza precedenti.
Qualche settimana fa, Trump ha esplicitamente detto ai repubblicani che se a midterm vinceranno i democratici cominceranno i guai per la sua agenda e per la Amministrazione. Così sta eseguendo un piano, probabilmente escogitato dal mefistofelico vice capo di gabinetto Stephen Miller, che è il primo che finirà in galera quando tutto questo sarà finito, e per questo è assiduamente impegnato a trovare un modo affinché la pena Trump non finisca mai.
Prima di raccontare il piano, annunciato da Trump medesimo al podcast di Bongino, va premesso che nei giorni scorsi l’Fbi ha ordinato una perquisizione negli uffici elettorali della Contea di Fulton, in Georgia, cui ha partecipato anche la direttrice nazionale delle agenzie di intelligence Tulsi Gabbard. Secondo il New York Times, giusto per aggiungere un ulteriore elemento da satrapia mediorientale a una situazione già di per sé anormale, durante la perquisizione e il sequestro delle schede elettorali del 2020 in Georgia, Tulsi Gabbard avrebbe telefonato a Trump per farlo parlare con gli agenti federali che stavano conducendo l’operazione.
La Georgia è lo Stato del sud degli Stati Uniti che nel 2020 fu vinto da Joe Biden, e su cui si concentrarono maggiormente le manovre illegali di Trump per ribaltare con brogli e minacce il risultato elettorale che contribuì a defenestrarlo dalla Casa Bianca.
Il 2 gennaio 2021, Trump cercò di convincere il segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger, che guidava il processo elettorale locale, a «trovare 11.780 voti» necessari a ribaltare l’esito elettorale che lo aveva visto soccombere.
La telefonata, il cui audio fu diffuso dal Washington Post, arrivava dopo settimane di pressioni sui funzionari locali di almeno tre Stati persi da Trump, invitati a ricontare i voti fino a quando l’aritmetica avrebbe detto Trump, a far sparire le schede pro Biden e a cambiare la composizione delle commissioni elettorali per lasciar decidere il risultato elettorale a yes-man opportunamente indottrinati dal presidente.
Non successe niente di tutto questo, Raffensperger rifiutò di trovare gli undicimila e rotti voti, e Trump rispose organizzando il famigerato comizio del 6 gennaio 2021 terminato con l’assalto al Congresso per impedire, appunto, che i deputati, i senatori e il vicepresidente di Trump, Mike Pence, certificassero la sconfitta elettorale.
Un tentativo reiterato di colpo di Stato finito anche in tragedia, sei morti, che i democratici fecero erroneamente passare in cavalleria perché si illusero che la sconfitta elettorale e il fallito colpo di stato del 6 gennaio avrebbero cancellato una volta per tutte l’imbarazzante parentesi Trump.
Formalmente, l’indagine FBI nella contea di Fulton, in Georgia, è stata avviata, su indicazione di Trump, per scoprire quasi sei anni dopo i presunti brogli dei democratici alle elezioni del 2020, irregolarità di cui Trump parla più volte al giorno perché non ha mai ammesso di aver perso, nonostante oltre duecento cause legali siano finite nel nulla perché nulla c’era da rettificare, e malgrado il suo Ministro della Giustizia di allora, Bill Barr, e i due vice attorney general avessero detto più volte anche sotto giuramento di aver riferito a Trump che dalle indagini effettuate non risultava nessuna irregolarità e che le accuse di broglio non avevano alcun fondamento.
Attenzione però a pensare che questa indagine in Georgia sia soltanto un esercizio narcisistico di Trump per dimostrare con indagini farlocche e prove inventate che lui nel 2020 non ha perso le elezioni. Questa indagine politica e di intelligence in Georgia, assieme allo spiegamento delle squadracce paramilitari nelle città democratiche, serve a prefigurare un altro colpo di stato, questa volta pronto ad essere eseguito prima del voto di metà mandato di novembre, e non dopo che le schede saranno contate come successe nel 2020/21.
Al podcast di Bongino, commentando il raid investigativo in Georgia e le fregnacce di brogli a favore di Biden, Trump ha detto che per sopperire a questo (inesistente) scandalo «i repubblicani dovrebbero dire: ce ne occuperemo noi, ci prenderemo noi cura delle operazioni elettorali in almeno quindici posti. I repubblicani dovrebbero nazionalizzare il voto».
Per capirci: nel 250esimo anniversario dell’Indipendenza americana, Trump vuole cancellare le modalità con cui gli americani hanno sempre votato e contato le schede, cioè a livello locale e statale come prevede l’articolo 1 comma 4 della Costituzione, per affidare a un partito, il suo, la gestione delle operazioni di voto e di conteggio delle schede in «almeno quindici posti», che probabilmente saranno gli Stati cosiddetti in bilico tra democratici e repubblicani.
La motivazione di questo ribaltamento della democrazia americana si basa sulle notorie bugie narcisistiche di Trump, smentite in modo assoluto anche dai suoi più stretti collaboratori oltre che dai tribunali e dalla realtà, secondo cui nel 2020 Biden gli avrebbe sottratto una vittoria in Georgia e altrove.
Ci siamo, il secondo colpo di stato trumpiano è in corso.