di
Anna Campaniello
La studentessa 18enne fu rapita la sera del 30 giugno 1975 a Eupilio. Il cadavere fu ritrovato il 1° settembre in una discarica. In aula a Como anche alcuni rappresentanti degli studenti del liceo Carducci
Sentenza in corte d’Assise a Como oltre mezzo secolo dopo il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti. Ergastolo per Giuseppe Calabrò, oggi 76enne, e Demetrio Latella, 71 anni, accusati di aver partecipato materialmente al rapimento della studentessa 18enne la sera del 30 giugno 1975, mentre la ragazza tornava nella villa di famiglia a Eupilio, nell’Erbese. Assolto per non aver commesso il fatto Antonio Talia, 70 anni. Un quarto imputato di questo processo, il boss della ‘ndrangheta Giuseppe Morabito, è morto all’età di 80 anni dopo l’avvio del procedimento.
I due condannati all’ergastolo avrebbero fatto parte del commando di rapitori che bloccò l’auto del fidanzato di Cristina, che tornava a casa con amici dopo la festa per la promozione in terza liceo: sono Giuseppe Calabrò, reggino di San Luca residente a Bovalino, detto «Dutturicchiu», recentemente indagato anche nell’inchiesta «Doppia curva» sulle tifoserie milanesi, e Demetrio Latella, anche lui reggino, detto «Luciano», residente nel Novarese, l’uomo la cui impronta digitale fu trovata sulla carrozzeria della Mini sulla quale Cristina viaggiava quella sera. Latella, reo confesso, ha ammesso di avere preso parte al rapimento dopo l’attribuzione dell’impronta, resa possibile dal sistema Afis della polizia scientifica di Roma (sistema automatico entrato in vigore nel 1999) soltanto nel 2006. Quello fu un passaggio cruciale, la svolta che permise di riaprire le indagini e che ha portato alla sentenza di oggi.
Portata via dall’auto sotto gli occhi del fidanzato e trasferita dai rapitori in una cascina a Castelletto sopra Ticino, nel Varesotto, Cristina fu tenuta prigioniera per 28 giorni in una buca scavata nel terreno sotto una tettoia. «Una fossa lunga 2,55 metri, larga 1,65 e profonda 1,40». Cristina, alta un metro e 62, non poteva neppure stare in piedi. A coprire la buca e a impedire la fuga è «una lastra di cemento di 75 centimetri per 61». I carcerieri le iniettarono alternativamente sonniferi ed eccitanti, svegliandola per farla chiamare i genitori: «Papà, ti prego, paga altrimenti mi uccidono. Non ce la faccio più, sono stremata».
Il padre, Helios Mazzotti, pagò il riscatto, un miliardo e cinquanta milioni, dopo aver venduto tutto ciò che possedeva, anche la villa, e la famiglia aspettava fiduciosa. I banditi infatti avevano assicurato: «Domani o dopodomani libereremo Cristina». Invece Cristina era già morta. Gli ultimi giorni di luglio la ragazza, molto debilitata, fu spostata dalla buca all’appartamento di un membro della banda; nella notte tra il 31 luglio e il 1° agosto, quando non dava più in apparenza segni vitali, fu caricata su un’auto, una Fiat 131, e adagiata sul sedile posteriore. Il corpo, spogliato, fu gettato in una discarica nelle campagne di Galliate, in provincia di Novara, e coperto con terriccio, sassi e rifiuti. Il corpo fu trovato il 1° settembre. Il padre di Cristina morì sette mesi dopo a causa di un infarto, all’età di 55 anni. Il processo di primo grado si concluse a Novara per ventidue imputati il 7 maggio 1977 con 13 condanne di cui otto ergastoli a custodi, centralinisti, ricattatori e complici. Mancavano i mandanti della ‘ndrangheta, uno dei quali è morto nel frattempo e gli altri due solo ora sono stati raggiunti dalla giustizia.
Per tutti gli imputati, lo scorso luglio, la Procura aveva chiesto la pena dell’ergastolo. Per Calabrò e Latella, la corte ha dichiarato il non luogo a procedere per l’accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione perché il reato è prescritto. Condanna all’ergastolo invece per omicidio volontario. Per entrambi gli imputati è stata disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Prevista anche una provvisionale di 600mila euro per ciascuna delle parti civili.
In aula in tribunale a Como erano presenti Vittorio, il fratello di Cristina e i suoi figli, Arianna e Jonathan, nipoti della 18enne rapita e uccisa. Non c’era invece la sorella Marina, che ha testimoniato durante il lungo processo, iniziato nel mese di settembre del 2024. Commossi, non hanno rilasciato dichiarazioni dopo la lettura della sentenza, ma tramite i legali hanno espresso la loro soddisfazione e la gratitudine per «una bella pagina di giustizia». In aula hanno ringraziato anche gli studenti presenti con l’Associazione Libera, una settantina di ragazzi del liceo classico Carducci di Milano, frequentato da Cristina, e dei licei Volta e Ciceri di Como.
«La sentenza della Corte di Assise di Como è una pagina di grande dignità della giurisdizione. Rende omaggio alla memoria di Cristina Mazzotti e al dolore dei congiunti. E finalmente segna il crollo dell’impunità di Demetrio Latella e soprattutto di Giuseppe Calabrò, capo indiscusso della ‘ndrangheta in Lombardia». È il commento dell’avvocato Fabio Repici, avvocato di parte civile, dal cui impulso sono ripartite le indagini. Mazzotti fu la prima donna vittima dei sequestri di ‘ndrangheta che insanguinarono la Lombardia a partire dagli anni Settanta.
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4 febbraio 2026 ( modifica il 4 febbraio 2026 | 16:32)
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