Un musicista fallito con un figlio che entra ed esce dal carcere, un idraulico con una madre ingombrante e un nullafacente appena diseredato dalla zia. Una sgangherata compagnia che vivrà una rocambolesca notte in una casa in riva al lago, tra situazioni ridicole e paradossali. Sono i protagonisti di Lavoreremo da grandi, la nuova commedia di Antonio Albanese da domani nelle sale. La pellicola, girata sul lago d’Orta e prodotta da Palomar e Piper film con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte, sarà presentata questa sera – mercoldì 4 febbraio – al Massaua di Torino da Antonio Albanese e Niccolò Ferrero che saluteranno il pubblico alle proiezioni delle 20 e 20.15.
Come è nata l’idea di girare in Piemonte, sul lago d’Orta?
«Ero con il mio autore da quelle parti. Chiacchieravamo del più e del meno e ci siamo trovati casualmente proprio a pochi metri dalla casa dove poi abbiamo girato. Ci è venuto in mente di sviluppare, in uno spazio temporale che va dal tramonto alla mattina, un film comico. Frequentando quei luoghi abbiamo individuato i posti per girare come la piazza di Pella e Miasino. Quando ne ho parlato con il produttore è stato contento considerando che in Piemonte c’è una Film Commission che funziona. E siamo stati bene. Le comunità sono state gentilissime».
I protagonisti sono degli sconfitti. Qual è il fascino narrativo del fallimento?
«Nel fallimento trovo molta tenerezza. Nasce da una ingenuità o dal desiderio di farcela ma non riuscirci e questo mi intenerisce. Mi ha sempre divertito incontrare le persone che con molta serenità, senza lamenti, non ce l’hanno fatta. Trovo molto trasgressivo oggi affrontare una sconfitta serenamente perché siamo abituati a pensare che se non riesci ad ottenere degli obiettivi non vali. E non è vero».
Nel film è centrale la provincia. Perché?
«Sono appassionato della provincia perché ci sono quei caratteri interessanti. In provincia se combini una cosa viene amplificata e se la ricordano per mesi. Nei paesi la comicità è sempre molto sviluppata, soprattutto quella lacustre, come se fosse una reazione alla bella malinconia del lago».
Si dice spesso che oggi è più difficile scrivere commedie perché ormai la realtà supera la fantasia. È d’accordo?
«Dipende dal genere di comicità, però sono in parte d’accordo perché siamo circondati da notizie che vanno al di là dell’immaginazione. Poi c’è la comicità, come amo fare io, che usa molto il corpo e la fisicità ed è una comicità che va avanti. Però in effetti c’è una realtà che supera un po’ tutto se penso ad alcuni miei personaggi. Ad esempio il mio ministro della paura è ormai un moderato».
A proposito dei suoi personaggi. È vero che Torino è stata una tappa importante per lei?
«Il primo riscontro del mio primo personaggio, Epifanio, l’ho avuto proprio a Torino. C’era un teatro tenda fuori città, a Grugliasco, organizzato da Hiroshima Mon Amour, bravissimi a sostenere la comicità. Era subito dopo il programma Su la testa. Quando sono uscito con Epifano c’è stato un boato. È stata una delle date più importanti della mia carriera».
Come la trova cinematograficamente?
«Ha dei risvolti molto interessanti. Ha una parte moderna e una storica meravigliosa e sei circondato dalle montagne. Io a Torino mi sono sempre trovato molto bene. Ho realizzato quello che considero un mio gioiello che è I Topi, una serie che ho fatto con maestranze torinesi».
Il Piemonte le porta fortuna visto che ha da poco vinto il Premio Stresa per il suo primo romanzo, “La strada giovane”
«Direi proprio di sì. Un libro faticoso nato come sceneggiatura cinematografica e infatti ne farò un film».
Periodo non facile per le sale cinematografiche.
«Bisogna sostenerle. Noi da ragazzini andavamo al cinema. Lì abbiamo avuto i primi incontri con le grandi storie e i grandi viaggi. Per noi è stato salvifico. Un luogo dove interagisci e chiacchieri con gli altri. In un momento in cui gli spazi sono sempre un po’meno il cinema va sostenuto».
Lavoreremo da grandi. Ma alla fine si diventa grandi?
«Si diventa grandi perché, come dice il mio medico, le cellule si stancano. Ma cerchiamo di non diventare mai grandi. Bisogna andare avanti, osservare, essere curiosi e cercare di abbracciare gli altri con più gioia»