di
Giuseppe Sarcina

Il presidente cinese ha parlato prima con il collega russo e poi con quello americano. E se sembra più facile decifrare lo «schema» concordato tra i primi due, i rapporti tra Washington e Pechino sono più complessi

La soia e le guerre. Il petrolio e le armi. Geopolitica e interessi economici si sono intrecciati nella triangolazione telefonica di ieri, tra Xi Jinping, Donald Trump e Vladimir Putin. Il leader cinese è stato il perno di questa tessitura ai massimi livelli. Xi ha parlato prima, in videoconferenza, con Putin e, poco dopo, con Trump.

In questa fase, ciascuno dei tre principali attori della scena internazionale ha qualcosa da chiedere e, forse, da concedere agli altri due. Non senza margini di ambiguità. Lo schema concordato tra Xi Jinping e Putin sembra più facile da decifrare. La Cina predica una soluzione equa della guerra in Ucraina, ma di fatto appoggia le richieste russe che Putin ha di nuovo ricapitolato. Inoltre, la Cina non cederà alle pressioni dell’Occidente. Il leader cinese continuerà ad acquistare tranquillamente il petrolio russo. È un messaggio che tranquillizza Putin e mette sull’avviso Stati Uniti ed Europa. Xi non è come Narendra Modi, il premier indiano che, invece, ha interrotto completamente — almeno così sostiene Trump — le forniture di greggio russo. Nello stesso tempo, Xi ha chiesto al numero uno del Cremlino pieno appoggio politico sulla questione di Taiwan. I due hanno discusso anche su come evitare che la campagna americana contro l’Iran possa culminare in un attacco militare. Sia Mosca che Pechino vogliono mantenere aperti i vantaggiosi canali con Teheran. Ai russi interessano i droni; ai cinesi, il greggio, che è tra i migliori al mondo.



















































Più complesso, invece, il copione della telefonata tra Xi e Trump. Il presidente americano ha scritto sulla sua piattaforma Truth che la conversazione è stata «molto positiva, i rapporti sono ottimi». Il confronto sulle grandi questioni è stato condito con un accordo sui semi di soia. Nell’ultimo anno i cinesi ne hanno acquistate 12 milioni di tonnellate; Xi si è impegnato ad arrivare fino a 20. Un’inversione di rotta rispetto agli ultimi anni e quindi una concessione accolta con sollievo dai farmer americani, molti dei quali votano per Trump. In parallelo, però, il leader cinese ha rivolto un avvertimento molto duro al suo interlocutore, come si legge nel comunicato ufficiale diffuso da Pechino: «Gli Stati Uniti devono gestire con grande attenzione l’invio di armi a Taiwan».

A dicembre, Washington aveva annunciato la spedizione nell’isola di ordigni e mezzi militari per un valore di 11 miliardi di dollari. La più grande fornitura di sempre al governo di Taipei, costantemente minacciato da Pechino. Sul resto Xi Jinping e Trump si sarebbero limitati a una ricognizione delle aree di crisi. Il presidente degli Stati Uniti ha cercato di capire fino a che punto Pechino tenga al rapporto non con l’Iran, ma con il regime degli ayatollah e, in ogni caso, non avrebbe rivelato quali siano i piani americani. Per contro, Xi avrebbe confermato la sua posizione di falsa neutralità sull’Ucraina. E va notato che Trump, almeno pubblicamente, non ha mosso alcuna contestazione alla volontà cinese di continuare a rifornirsi di idrocarburi sia dalla Russia che dall’Iran.

Xi e Putin hanno discusso anche di armamenti nucleari: è plausibile, anche se non ci sono conferme, che lo abbiano fatto pure Xi e Trump. Il leader della Casa Bianca ha fatto sapere che vorrebbe coinvolgere la Cina, oltre che la Russia, in un negoziato per il controllo delle testate atomiche, visto che oggi, giovedì 5 febbraio, scade il Trattato «New Start» firmato nel 2010 da Mosca e Washington.

Il contatto tra Xi e Trump è servito a preparare il viaggio del presidente Usa in Cina, al momento previsto per aprile. Nella prima metà dell’anno è in programma anche un summit tra Xi e Putin, mentre al momento si sono perse le tracce del vertice che chiuderebbe il triangolo: quello tra «Donald» e «Vladimir».

4 febbraio 2026