«Mi sento sconfitto come educatore: Giuseppe Musella è stato uno dei miei ragazzi della Fondazione «A’ Voce d’’e creature» mai avrei immaginato che potesse fare una cosa del genere… Alla sorella, per giunta». Don Luigi Merola conosceva molto bene il 28enne del rione Conocal reo confesso dell’omicidio della giovane Ylenia di 22 anni. Il sacerdote che (precisa) «da anni ho solo funzioni di educatore e non ecclesiastiche» è a Campobasso impegnato in un corso di formazione alle forze dell’ordine proprio sul disagio giovanile.
APPROFONDIMENTI
Don Luigi quando ha saputo che l’autore dell’omicidio di Ponticelli era una suo ragazzo, cosa ha pensato?
«Ho pianto, ho pianto tanto. Me lo ha riferito una mia collaboratrice della Fondazione. L’ho presa molto ma molto male, mi sono sentito fallito come educatore… Avrei voluto chiamarlo, avrei voluto dirgli: Giusè ma cosa hai fatto? Capire il perché di questo efferato gesto ma non posso farlo perché ora è in carcere».
Chi è Giuseppe? Ci parla un po’ di lui?
«Giuseppe è un ragazzo che ha alle spalle una storia molto drammatica. È uscito dalla nostra Fondazione dieci anni fa, appena compiuta la maggiore età, ma è sempre in contatto con noi. Ci vedevamo almeno una volta al mese, è tra gli animatori della manifestazione “Un calcio alla camorra” che noi organizziamo tutti gli anni con carabinieri, polizia, guardia di finanza e magistrati. Sapevo che aveva avuto da poco un bambino, al di fuori del matrimonio, ma non lo avevo ancora conosciuto. Giuseppe da piccolo è cresciuto in carcere, poi si è preso cura della sorella. La amava tanto, spesso diceva: don Luigi devo tornare a casa, mi devo prendere cura di lei. Ylenia purtroppo non l’abbiamo mai conosciuta di persona ma solo attraverso i suoi racconti. Giuseppe da noi aveva avuto un percorso lineare, pulito. Era un campione del calcio, ha giocato con il Napoli calcio a cinque, era proiettato nel lavoro nel settore della ristorazione. Aveva fatto dei corsi per diventare pizzaiolo e lavorare nel settore e stava provando ad inserirsi».
Un ricordo che ha di lui?
«Ho ricordi belli. Nel gruppo calcio c’era anche una ragazza nella squadra, spesso veniva derisa o bullizzata dagli altri. Qui sono tutti ragazzi difficili… può capitare. Ma lui era l’unico sempre pronto a difenderla e ad aiutarla nelle difficoltà. Ecco perché mi chiedo cosa sia accaduto, perché ha ucciso la sorella che era l’amore della sua vita e come possa aver fatto del male a una donna, lui che le aveva sempre difese. Nel fatto che sia stato lui ad accompagnarla in ospedale ci vedo l’ultimo gesto di chi vuole prendersi cura di una persona. Non l’ha lasciata lì, l’ha portata al pronto soccorso, forse sperando che si salvasse. Ciò che mi fa più rabbia è che chi non lo conosce lo giudica».
Si riferisce a chi parla di lui come di una persona vicina a certi ambienti?
«Sì. Ripeto: Giuseppe ha sempre cercato di restare fuori da un certo mondo, ecco perché è venuto da noi e ha continuato ad avere un rapporto con noi».
Si ricorda come è arrivato nella sua Fondazione?
«In genere arrivano sempre tramite i Servizi sociali oppure portati da qualche parente che vuole per loro una vita diversa. In più di vent’anni sono passati 1.216 ragazzi per la Fondazione. Ne abbiamo persi soltanto 10. Dieci su oltre mille. E molti di loro, che arrivano da famiglie che vivono un disagio materiale, si sono anche arruolati nelle forze dell’ordine. Noi gli abbiamo pagato gli studi. Come Francesca, diventata ufficiale dei carabinieri, e altri due ragazzi che si sono laureati in Biologia e ora sono nella polizia Scientifica».
Giuseppe è l’undicesimo ragazzo che ha perso?
«Purtroppo sì. E non avrei mai pensato che potesse accadergli una cosa del genere. Mai. Faccio sempre di tutto per proteggere i miei ragazzi, sono la mia famiglia. L’ho fatto anche con lui perché penso che se vogliamo cambiare le città dobbiamo partire proprio dai bambini».
Qual è secondo lei il metodo giusto per educare i ragazzi che arrivano da situazioni di grande disagio?
«Sicuramente non è quello di investire risorse nella repressione ma curare i bambini in tutti gli aspetti complicati delle loro vita, soltanto così non dovremmo punire un adulto domani».