di
Paolo Mereghetti
Tre anni dopo la morte del figlio Hamnet, Shakespeare scrisse la sua opera più famosa, «Amleto», portando in scena anche il suo strazio di padre. Come racconta il film della regista premio Oscar Chloé Zhao
Se dovessi azzardare una scommessa sull’Oscar per il miglior film (sfidando il sarcasmo di chi non aspetta altro che i critici sbaglino), punterei su Hamnet di Chloé Zhao.
Non perché lo consideri il più bello (Sentimental Value lo è molto di più. E anche Una battaglia dopo l’altra o L’agente segreto) ma perché dei film in gara mi sembra quello che più gratifichi lo spettatore, che lo faccia alzare dalla poltrona del cinema più soddisfatto, perché sa chiudere in maniera elegante e insieme appagante un percorso di conoscenza e di equilibrio che abbraccia Natura, Femminilità e Arte.
Il cuore pulsante del film, tratto dal romanzo Nel nome del figlio di Maggie O’Farrell (in Italia tradotto da Guanda) è Agnes (Jessie Buckley) che nella primissima scena vediamo come se sorgesse dalla terra, liberandosi dall’«abbraccio» delle radici di un albero, dove non capisci se si senta imprigionata o protetta.
Per aspettare subito dopo che un falco scenda dal cielo e si adagi sulla sua mano. Siamo in pieno Sedicesimo secolo e i segni non potrebbero essere più chiari: lei, Agnes (come si chiama lo scopriremo dopo), non è una semplice donna, ma una specie di simbolo, quello di una vitalità tutta femminile che sa andare oltre i limiti imposti dalla società (è una strega? è una gitana?), che conosce i segreti della natura e che rivendica anche con rabbia la sua libertà
In una rete che lei nemmeno sa di aver gettato resta impigliato il giovane Will (Paul Mescal), infelice insegnante di latino a ragazzini che non sembrano per niente interessarti allo studio, figlio di un padre autoritario che commercia il cuoio e che tutto potrebbe accettare ma non una relazione con quella giovane più a suo agio nella foresta che in una casa.
Eppure prima Will riesce a conquistare Agnes e poi Agnes a farsi accettare nella casa dei suoceri, trovando infine nella madre di Will, Mary (Emily Watson), se non un’alleata certo non una nemica.
Incitato dalla moglie, Will va a Londra dalla natia Stratford-upon-Avon per seguire il suo talento e diventare così William Shakespeare, ma il film (che la regista ha sceneggiato con l’autrice del romanzo dando uno svolgimento lineare a quello che nel libro è invece altalenante tra un prima e un poi) non è un film sul Bardo, si ferma a Avon, addosso ad Agnes e alle sue scelte di madre.
E fermarsi è proprio il verbo che più si adatta a una narrazione dove la macchina da presa diventa l’occhio dello spettatore in platea, fissa a guardare la scena all’interno della casa, ora quella della stanza coi letti dei figli — ne arriveranno tre: Eliza (Freya Hannan-Mills), Hamnet (Jacobi Jupe) e Judith (Olivia Lynnes) — o quella della sala dove si passano le giornate.
L’immagine fissa, che più teatrale non si potrebbe con l’architettura dell’abitazione a delimitare gli spazi, fa da fondale alle fatiche quotidiane di Agnes, alla paura della peste che arriva anche da loro, alla speranza per una figlia risanata e al dolore per la morte del figlio.
E poi alla rabbia per la solitudine con cui ha dovuto attraversare questi momenti perché tornare a casa da Londra può richiedere molto tempo.
È a questo momento che il film, dopo aver scavato nel dolore e nella sofferenza in cui ci hanno precipitato la fotografia fangosa di Łukasz Zal e l’intensissima recitazione di Jessie Buckley (chi mai potrà toglierle l’Oscar per la miglior attrice?), ci offre la strada per fare i conti con quel dolore.
Ed è quella che nonostante tutto meno ti aspetti, perché avviene direttamente sulle assi del Globe Theatre di Londra, dove Will porterà in scena non solo la sua arte ma anche il suo strazio di padre.
Per questo scrivevo che Hamnet sa gratificare lo spettatore. E lo fa senza consolarlo o imponendo un qualche tipo di happy ending, ma perché sa trovare una ricomposizione della vita con l’arte che, non avessimo già letto troppe indiscrezioni, ci sorprenderebbe e ci offrirebbe una lettura decisamente originale dell’opera shakespeariana e — perché no? — anche plausibile se non proprio credibile.
Visto che sull’identità di Shakespeare si discute ancora, perché non prendere per buona anche questa ipotesi?
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3 febbraio 2026
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