di
Massimo Nava
L’imprenditore: rinunciai al posto fisso, la svolta a New York
Fattorino, sarto, grafico, fotografo, tagliabiglietti, distributore di volantini, manager, pony express, docente senza laurea, facchino, vetrinista, cameriere, operaio mancato alla catena di montaggio della Fiat…
Quanti mestieri ha fatto Andrea Baccuini, torinese doc, classe 1972?
«In fin dei conti ho imparato a farne bene soltanto uno: vendere la gioia dello stare insieme, ovvero riempire il vuoto degli spazi in eventi emozionali di grande successo, secondo il detto americano “the show must go on”».
Un detto che Baccuini ha tradotto nella cura ossessiva del dettaglio, dell’organizzazione, della ricerca di un’offerta innovativa. Oggi è al timone di un piccolo impero del divertimento, dei servizi alle imprese e della ristorazione, costruito dal niente, pezzo per pezzo, frutto di un’insaziabile curiosità e dell’intelligente capacità di precorrere tempi, tendenze, mode.
La «Filmmaster Events», di cui è stato general manager, ha come biglietto da visita oltre cinquecento eventi, fra cui le cerimonie per Expo 2015, per la Champions League, i 200 anni del Messico, i Giochi del Commonwealth in India, le cerimonie olimpiche di Rio 2016, l’inaugurazione del Juventus Stadium, mentre la sua società «Big Spaces» ha all’attivo decine di mostre, sfilate, show in spazi pubblici e privati a Milano, al MID (Milan Innovation District) e nei nuovi quartieri di Santa Giulia e Porta Nuova.
Qual è la filosofia che guida queste realtà così diverse?
«C’è un filo conduttore. Alcune aree urbane, con grattacieli e piazze, possono diventare un immenso palcoscenico. Qualcuno vende o affitta gli spazi, io li riempio di eventi, cultura, tecnologie, attrazioni».
Poi è arrivata la sua creatura, sognata da anni, che ha finalmente visto la luce nelle più prestigiose località sciistiche italiane: Courmayeur, Cervinia, Madonna di Campiglio e, ovviamente, Cortina d’Ampezzo. È il «Super G», la catena di ristoranti e club ad alta quota.
«È nata dall’idea che ci sia molto altro da fare e da vivere sulle nostre fantastiche montagne — un patrimonio naturale immenso, che solo l’Italia ha — oltre lo sci, oltre gli orari degli impianti, oltre le attività strettamente sportive, oltre la stagionalità».
Che cosa lo rende diverso dai soliti «après-ski», musica, birra e spritz, ormai diffusi in centinaia di località di montagna?
«I nostri “Super G” si coniugano con la sostenibilità del territorio, le problematiche ecologiche, l’idea che la crisi climatica, forse irreversibile, possa favorire lo sviluppo di un altro modello di vita in quota, con molteplici attività, nuovi mestieri, nuove imprenditorialità».
Ciò che sembrava una velleità da visionario è diventata la visione che ha incontrato l’interesse del pubblico già pochi mesi dopo l’inaugurazione dei locali. Ecco ristoranti in quota, arredati con toni caldi ed elegante semplicità, piatti di rigorosa cucina italiana, musica non assordante, per lo più pop italiano, prezzi adeguati all’offerta, non per tutte le tasche, ma nemmeno «escludenti», del genere ostentato e cafonesco dei Billionaire.
Gli impianti di risalita, aperti fino a tarda sera, consentono una seconda vita degli impianti stessi e diventano il supporto fondamentale di altre attività, oltre lo sci: una cena nei ritrovi, la contemplazione dei paesaggi al tramonto, l’aperitivo, il ballo per centinaia di giovani che abitualmente si riversano nei bar e nei locali in valle.
«Quando saliamo su un campanile o su un grattacielo proviamo l’emozione di guardare il panorama da lassù. La montagna dà emozioni ancora più forti, oltre all’aria pulita. Non è vero che si è più felici a stare in alto?»
«Le montagne — ha scritto Andrea Ferrazzi, direttore di Confindustria Belluno Dolomiti — stanno vivendo un destino segnato. Spopolamento, declino, marginalità. Ma proprio qui può nascere una nuova idea di progresso. Dove cresce la fiducia, fioriscono imprese, creatività, nuove forme di vita e di sviluppo».
Insomma, se i ghiacciai si sciolgono e fare piste di neve artificiale costa 5 euro al metro cubo, occorre immaginare anche un altro futuro dentro un universo naturale la cui bellezza non conosce epoche.
Baccuini, sciatore fin da bambino, ha afferrato al volo le opportunità e precorso i tempi.
Come ha cominciato?
«Ho avuto coraggio, ma devo molto, quasi tutto, a mia madre, una donna semplice, molto concreta e intelligente. Faceva la sarta, anzi, era caposarta per Galtrucco, la famosa casa di tessuti. La buona società torinese andava da lei per scegliere stoffe e modelli di vestiti. E lei si era fatta attraverso il lavoro una cultura delle buone maniere e del come va il mondo. Mio padre, operaio alla Fiat, avrebbe voluto che entrassi in fabbrica. Ne avevo diritto, come figlio di dipendenti».
E ha rinunciato al posto fisso?
«Mio padre non aveva capito la crisi imminente dell’auto, il disastro dell’azienda, le ondate di cassa integrazione in arrivo. Era mia madre a tirare avanti la famiglia, ma c’erano sere in cui la cena era la “panada”, pane raffermo e latte. In più doveva occuparsi di mio fratello, disabile dalla nascita, a causa di un errore della ostetrica…Un giorno mi disse: «Andrea, non entrare alla Fiat, vattene via, lascia Torino, cerca la tua strada. Non sapevo dove fosse questa strada. Non ero mai stato nemmeno a Milano. Avevo solo imparato da mia madre a cucire gli orli dei pantaloni. Trovai un lavoro precario alla Rinascente. E cominciai a fare orli giorni e notte e guadagnai un po’ di soldi per essere autonomo e viaggiare. Mi comperai tre motociclette e un paio di sci».
Poi ha deciso di scoprire il mondo. A vent’anni, dopo studi leggeri e lavori precari, Baccuini parte per New York con un biglietto di sola andata, senza parlare inglese.
Come ha vissuto nella Grande Mela?
«Vivevo ad Harlem e non era semplice uscire di casa ed essere l’unico bianco. Ho fatto l’usciere al Rockefeller Center per pagarmi i biglietti d’ingresso dei grandi show di Broadway e il facchino negli studi televisivi per imparare come si fa spettacolo. “La Grande Mela”, negli anni Novanta, era un mondo di opportunità e di idee, soprattutto nel campo dello spettacolo, degli sponsor, della pubblicità. Un incontro di boxe o una convention aziendale o politica erano anche un’occasione festosa, di divertimento puro. Dopo New York ho girato il mondo per raccogliere idee».
Poi il ritorno in Italia, la prima agenzia di eventi. Come è nata l’idea?
«Un giorno entrai di nascosto alla Rizzoli per parlare con Paolo Bonanni, il direttore di Max, il rotocalco maschile con il suo famoso calendario. Non mi avrebbe ricevuto su appuntamento, così mi appostai nel suo ufficio. Inventai la festa del calendario di Max e la cosa fu apprezzata. Avevo imparato a mettere in scena un programma, un contenuto, un obiettivo, un anniversario».
Il suo know-how gli ha fruttato anche un ruolo di docente, «master in Event management» allo Ied, l’Istituto europeo del design.
Ma la sua prima importante società finì piuttosto male…
«Fu per colpa di soci poco affidabili, ma decisi di salvare il lavoro dei dipendenti ed evitare battaglie legali. La cedetti per un euro e ricominciai da zero».
I ristoranti del «Super G» si chiamano «Meraviglioso», perché?
«È un omaggio alla famosa canzone di Modugno (“che mia madre adorava”) e a un’idea della bellezza del mondo. La suoniamo sempre, dopo il caffè. Quando senti qualche cosa che non va, ricordati che il mondo è meraviglioso, come canta Modugno».
Nel mondo «meraviglioso» dei ritrovi, della musica, dei giovani, avvengono anche tragedie come quella di Crans-Montana. Come evitarle?
«Siamo ammutoliti per questo dramma. Ma occorre chiederci se tragedie come questa non possano ripetersi. Prevenzione, controlli, personale specializzato, esperti di primo soccorso sono fondamentali in ogni ambiente in cui si raduna molta gente. Noi del “Super G” ci siamo dati un decalogo con regole rigorose, pensato appunto per garantire sicurezza e rispetto dell’ambiente».
4 febbraio 2026 ( modifica il 4 febbraio 2026 | 23:18)
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