Ancora una volta, mi devo arrendere di fronte all’evidenza che i titolisti – non solo quelli italiani, attenzione! – non ce la possano proprio fare. Dai raga, avete per le mani un sequel di Greenland che però, nonostante i tempi che corrono, non è realmente ambientato in Groenlandia, ma da lì parte verso il sud della Francia, e mi volete davvero dire che non vi è passato nemmanco per l’anticamera del cervello di chiamarlo Greenland 2 France?!? Ma che cazzo vi paghiamo a fare, dico io??!? Sigla!
Se siamo qui a parlare di Greenland 2: Migration non è perché un blob arancione ha riportato l’isola artica sulle prime pagine dei quotidiani (per quanto faccia davvero strano pensarci: se un viaggiatore del tempo fosse tornato indietro fino al 2020 e mi avesse detto che cinque anni dopo ci saremmo trovati in questa situazione… probabilmente gli avrei detto di stare a due metri di distanza per evitare i droplet), ma perché il primo film, diretto da Ric Roman Waugh e interpretato da Gerard “Dio, Patria, Famiglia” Butler, è stato un successo inaspettato in un momento storico in cui poche sale erano aperte. Da noi uscì a ottobre 2020, quando sembrava che il grosso della pandemia fosse passato e le sale tentarono una timida ripartenza, salvo essere richiuse bruscamente poco dopo. Io lo andai a vedere con dietro il mio bagaglio di slogan (“Al cinema non ci si ammala, si guarisce!!1!”) e ne fui piacevolmente sorpreso. Sposo in toto la recensione che ne fece all’epoca il nostro Jackie Lang: Greenland è un film apocalittico che rientra dritto nel filone degli asteroidi letali, ma sembra giocare in un campionato diverso rispetto ai Roland Emmerich e ai Michael Bay, concentrandosi più sulla tensione della fuga che sull’evento in sé. Intendiamoci, di botti ce ne sono molti, ma l’impatto principale, che in un film dei già citati sarebbe stato al centro dell’inquadratura, qui viene narrato quasi fuori scena, perché a contare sono soprattutto le reazioni dei protagonisti.
Comunque, dicevo, il film va bene: costato 35 milioni, ne incassa 52. In altri contesti sarebbe stato considerato un flop, ma durante i mesi più duri della pandemia è tutto grasso che cola. Produttori e distributori si convincono che un sequel s’abbia da fare e voilà, eccoci qua. Di tempo ne è passato un botto e nel frattempo il mondo è cambiato, sono emerse nuove guerre che hanno messo in discussione un dogma fino a prima della pandemia intoccabile: che l’Europa sia un luogo di pace. E questo si riflette molto in Greenland 2, dove John Garrity e famiglia sono costretti a lasciare il rifugio sicuro in Groenlandia e ad attraversare l’oceano prima, e l’Europa poi, per raggiungere il cratere d’impatto dell’asteroide Clarke, in quello che un tempo era il mar Mediterraneo. Naturalmente, quel che resta dell’umanità è disperata, incazzata, terrorizzata, cane mangia cane, homo homini lupus e tutta quella roba lì. In particolare, come apprende la famiglia Garrity durante le sue peregrinazioni, sul continente è scoppiata una guerra tra due fazioni – denominate molto genericamente Western Alliance e Eastern Coalition; ehi, dopo tutto l’hanno scritto sempre degli americani ‘sto film – per il controllo del cratere, che, per la sua particolare conformazione, riesce in qualche modo a tenere fuori le radiazioni ed è diventato una specie di terra promessa, la nuova Mesopotamia dove la specie umana potrà ricominciare a vivere.
Rebus
Ora, tralasciamo il fatto che scientificamente mi sembra un po’ tirata come cosa, anche se dovrei chiedere a Stanlio Kubrick cosa ne pensa, e prendiamo buona questa idea perché, in fondo, è un semplice MacGuffin il cui unico scopo è quello di mettere in moto la vicenda. L’importante è quello che verrà dopo, cioè l’odissea dei protagonisti attraverso un mondo irriconoscibile, pericoloso, letale. Libero dalle costrizioni del genere “apocalisse con asteroidi”, che comunque era riuscito a sfruttare più che bene, Waugh aveva l’occasione di lanciarsi in un road movie post-apocalittico in cui l’unico limite sarebbe stata la fantasia sua e degli sceneggiatori e… Oh. Oh cazzo.
Ve li ricordate i film dei Cavalieri dello Zodiaco? Negli anni ’90, dopo essere cresciuto con l’anime in TV, riscoprii l’universo di Masami Kurumada leggendo il manga, ma all’epoca non esistevano edizioni home video dell’anime. L’unica era comprare i lungometraggi anni ’80 editi da Granata Press. Perché sto dicendo tutto questo? Sono forse impazzito dopo la visione di Greenland 2? Ma no! È perché, vedendolo, mi sono tornati in mente proprio i film dei Cavalieri dello Zodiaco. Non essendoci altro me li feci piacere, eh? Però ricordo distintamente la sensazione che provavo guardandoli: quella di aver assistito a un trailer di 45 minuti (sì, raga, che vi devo dire, erano film per il cinema ma duravano quanto l’episodio di una serie TV americana odierna) di una stagione della serie TV. Erano delle sintesi a rotta di collo, ridotte all’osso, perché per qualche ragione si era deciso di mantenere una struttura – nemico da abbattere, sgherri di quel nemico da sconfiggere uno per uno in una serie di duelli – che era pensata per la serialità e una durata eterna. NON PER UN CAZZO DI SPECIAL DI QUARANTACINQUE MINUTI.
“Andrà tutto beneeeeee!!!”
Ecco, Greenland 2 è così: sembra il montaggio di una serie TV sequel di Greenland, in cui tutto è frettoloso, accennato e poi abbandonato. Dura venti minuti meno dell’originale, e non tanto perché ci siano meno cose da raccontare, ma perché quelle che ci sono sono raccontate male, di fretta, spesso fatte dire ai personaggi tramite dialoghi sempliciotti, quando non addirittura ridicoli. Mancano dettagli, tessuto connettivo tra le scene e coerenza nel mondo futuro che il film vorrebbe dipingere. Un esempio? A inizio film ci viene detto che l’aria è spesso tossica e conviene girare con le maschere antigas. Poi, per comodità, si inventano che in nord Europa l’aria è un po’ meglio, ma bisogna stare attenti che non si sa mai. Poi si dimenticano questa cosa del tutto e per il resto del film girano tutti senza maschere. Un altro esempio? C’è una guerra in atto per accaparrarsi il cratere, ma la guerra è intorno al cratere e non dentro il cratere, che di per sé è davvero il paradiso terrestre che si ipotizzava, con tanto di campi coltivati (cinque anni dopo la catastrofe!) e sole che splende. Il cratere deve essere un posto magico circondato da uno scudo di energia, altrimenti non me lo spiego. Un altro ancora? Ho rotto il cazzo? Verso il finale, il pullman che sta portando i Garrity al cratere viene attaccato. Loro si salvano, ma l’autista muore. “Guido io!”, afferma Allison (Morena Baccarin) mentre afferra il volante e, in men che non si dica, porta tutta l’allegra combriccola alle falde del cratere. Come sapeva la strada? Non viene detto. Possiamo immaginare che qualcuno a bordo del bus la conoscesse? Ok. Ma arrivati a questo punto, al culmine di una tale montagnola di sciatteria, incuria e dabbenaggine, la nostra sospensione dell’incredulità è fritta e non ci resta che gridare ai “buchi di sceneggiatura!!!” come un nonno Simpson qualunque.
Qualsiasi tentativo di approfondire i comprimari viene tagliato corto (incredibile la sottotrama del padre che chiede a John di portare con sé sua figlia al cratere, lui accetta, stacco: la figlia sta già partendo con loro, abbandonando il padre e una madre invalida), qualsiasi tappa del viaggio inizia con un set up che avrebbe anche delle potenzialità, invariabilmente scialacquate in fretta e furia per passare alla scena successiva. Nessun arco di maturazione nuovo per la famiglia, nessuna chiave di lettura che affiori dalle loro fatiche e azioni se non un telefonatissimo “se restiamo uniti supereremo tutto”, solo ostacoli random uniti da un unico leitmotiv: la sfiga. I Garrity portano jella: quando arrivano loro, cade una sassaiola di asteroidi, il ponte tibetano che fino a quel momento aveva funzionato crolla, il pullman che fa sempre la stessa tratta viene assalito. Anche qui, sarebbe ordinaria amministrazione se la mancanza di idee non facesse apparire tutto per ciò che è: una sequela di sfighe senza soluzione di continuità. Risolte non grazie all’ingegno e alla forza dell’unione famigliare, ma per pure botte di culo.
“Succede solo al cinema, hai capito?!?”
Un’ora e trentotto, raga. È difficile annoiare con un’ora e trentotto di post-apocalisse. In un mondo così, poi, con delle potenzialità infinite! Mari prosciugati, geografia irriconoscibile, clima impazzito, bande di reietti affamati, radiazioni letali. E niente, Ric Roman Waugh ce la fa, sparando fuori il prodotto più dimenticabile possibile. Ma non è solo colpa sua: è come se tutta la squadra davanti e dietro le quinte si fosse impegnata per impegnarsi il meno possibile, come se realizzare il sequel di un film di successo fosse una seccatura. Come se odiassero il loro pubblico, ecco. “Ci avete dato i vostri soldi? E allora vaffanculo, eccovi un film di merda. Un’altra volta imparate”.
Il finale promette un terzo capitolo, ma stavolta sì, la lezione è imparata e non mi fregate più. A meno che Nanni non me lo dia da recensire di nuovo. Nanni, me lo darai da recensire? Nanni, ti prego, rispondi! Chi sono io per te, Bongiorno Miike?!
DVD quote:
“La vera catastrofe di questo film è la sciatteria.”
George Rohmer, i400Calci.com
Dove guardare Greenland 2: Migration