di
Massimo Gaggi

Baron, lo storico ex direttore: «Un giorno buio». Tagliato il 30 per cento del personale, chiuse le pagine di sport e libri

Un taglio del 30% del personale compresi 300 giornalisti, un terzo della redazione: l’ennesima ristrutturazione del Washington Post a fronte di perdite crescenti segue lo stesso copione seguito negli anni scorsi dall’azienda di proprietà di Jeff Bezos, quarto uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 260 miliardi di dollari. Il fondatore di Amazon, arrivato nel celebre quotidiano nel 2013 e acclamato come un salvatore, dopo un iniziale impulso allo sviluppo, ha reagito alle difficoltà crescenti dell’editoria tagliando come hanno fatto altri media. 

Fin qui i suoi interventi si sono rivelati al tempo stesso radicali e privi di efficacia sul piano finanziario: primi tagli nel 2023 col giornale in rosso per 77 milioni di dollari. L’anno dopo Bezos proclama: «Ho salvato il Post una volta, lo salverò anche la seconda». Taglio di 100 giornalisti, chiusura del magazine domenicale e altro. Risultato: perdite 2024 salite a 100 milioni. 



















































Ora un intervento che la ex Ashley Parker definisce su The Atlantic «un assassinio» e l’ex direttore Marty Baron «uno dei giorni più bui di una delle più grandi organizzazioni giornalistiche del mondo»: via un terzo della redazione (scenderà da 800 a 500 giornalisti) con tagli in tutti i settori, ma soprattutto nello sport e nei libri (sezioni chiuse), nelle cronache locali (già dimezzate in passato) e negli esteri col taglio di molti corrispondenti dal Medio Oriente all’India e, pare, anche in Ucraina. L’amministratore delegato William Lewis, un personaggio molto discusso assunto due anni fa da Bezos col compito di risanare, non si è fatto vivo nel giorno più drammatico del quotidiano. 

Nemmeno il direttore, Matt Murray, se l’è sentita di affrontare di persona la redazione: ha informato i giornalisti con un video trasmesso di prima mattina. Il suo messaggio ricalca in parte formule standard in caso di ristrutturazioni: «Decisione dolorosa ma necessaria per salvare l’azienda» e consentire al giornale di continuare a operare. Murray ha però aggiunto due critiche ai redattori: li ha accusati di vivere fuori dal tempo e di aver sposato una linea che soddisfa una sola parte politica (la sinistra). L’accusa di difendere «una struttura troppo radicata in un’altra epoca, quella nella quale i giornali avevano quasi il monopolio dell’informazione» contiene elementi di verità, ma l’impressione è che vengano fatti tagli con l’accetta senza fare troppo caso a quanto questo inciderà sulla qualità del prodotto e, quindi, sul suo successo. 

Sono in tanti, poi, al Post a pensare che i tagli non seguano solo logiche di risparmio: hanno ricevuto la mail che comunica «il tuo posto è stato soppresso» anche la giornalista che segue Amazon, l’azienda del proprietario, e redattori che si occupano di temi razziali. Lecito, allora, sospettare che in un giornale che ha fatto la storia portando alla luce lo scandalo Watergate nel 1974 e costringendo alle dimissioni il presidente Nixon, mentre oggi Trump si congratula col direttore che fa cambiare rotta alla testata, alcuni tagli siano, in realtà, epurazioni. 

Una svolta iniziata alla vigilia delle presidenziali 2024 quando Bezos vietò al giornale di dare l’endorsement alla candidata democratica, Kamala Harris, come da tradizione dei decenni precedenti. Dopo quella decisione, 200 mila lettori hanno cancellato il loro abbonamento al Post. Cosa che rende un po’ ridicolo giustificare i problemi economici del giornale con la sua scarsa presa sui lettori conservatori perché sbilanciato a sinistra. Ci può essere la volontà politica di fare un giornale diverso, meno severo con Trump o addirittura a lui favorevole, come avviene già da tempo, ma sostenere che questa sia la via giusta per conquistare masse di lettori in una città, Washington, nella quale Trump ha preso appena il 6% dei voti, sa di trasferimento dei «fatti alternativi», cavallo di battaglia di The Donald, nel giornale che ha inventato il fact checking misurato coi Pinocchi: proprio per denunciare queste affermazioni false. 

5 febbraio 2026