di
Flavio Vanetti
Intervista al talento di Manerba del Garda in vista delle gare a Bormio: «Se ci metto il 200% e non vedo i risultati, fatico ad andare avanti. Io come Brignone e Goggia? Ne devo mangiare di minestra…»
Wengen e Kitzbuhel l’hanno spedito in Paradiso, a Crans- Montana non ha brillato («Ho capito che devo ancora migliorare») ma ieri nella prima prova della discesa olimpica sulla Stelvio, a Bormio, ha fatto il 2° tempo: Giovanni Franzoni da Manerba del Garda, 25 anni il 30 marzo, è l’uomo nuovo dello sci maschile italiano. Lo si aspettava, solo un infortunio ha ritardato l’esplosione. Ma ora è qui, pronto a stregare anche i Giochi di Milano Cortina 2026.
Essere al vertice e imporsi nelle gare è come se lo immaginava?
«In realtà non me lo ero immaginato: vincere era un sogno, un pensiero lontano. Se devo essere sincero, mi ha emozionato di più il terzo posto nel superG della Val Gardena, mio primo podio. Però essere primo a Kitzbuehel è incredibile, senza nulla togliere al grande weekend di Wengen».
Il percorso della Fiamma olimpica a Milano, il 5 febbraio
Ha rivissuto il travaglio di questi anni?
«Sì, con l’idea che quello che mi è stato tolto mi è stato restituito. È stata una prova tosta: avevo vinto la Coppa Europa e cinque medaglie — tre d’oro — ai Mondiali juniores; ho dovuto ricominciare da capo misurandomi con la Coppa del Mondo, non certo facile. Uso l’immagine della scala: una scala dura e scoscesa da salire, in modo lento ma progressivo».
Quale il momento più duro?
«L’anno dopo l’infortunio: pensavo di tornare e di essere subito sul pezzo, invece ho faticato tanto, soprattutto con la testa».
Ha pensato di smettere?
«Sì. Ho vissuto altri momenti pieni di dubbi: anche la scorsa estate è stata difficile, con la tragedia del mio amico Matteo Franzoso. Ma tenere duro ha ripagato».
Come può un atleta così ricco di prospettive meditare di mollare?
«Io sono ambizioso e il mio rapporto con lo sci è direttamente proporzionale all’impegno che dedico. Se ci metto il 200% e non vedo i risultati, fatico ad andare avanti. Qualcuno magari si accontenta e pensa “prima o poi ce la farò”, ma non è quello il mio atteggiamento: sono sempre stato un testardo e quando le cose non funzionavano mi sono chiesto se fosse il caso di continuare».
Senza quello stop sarebbe… Marco Odermatt?
«Non penso proprio che sarei stato Odermatt (risata). Però magari qualche risultato sarebbe arrivato prima. D’altra parte senza quei tormenti non sarei la persona che sono oggi. Quanto mi è successo mi ha aiutato a capire che quando le cose non vanno bene occorrono calma e lavoro sugli aspetti positivi. Il bilanciamento delle emozioni mi è servito per essere pronto: la maturità non coincide per forza con l’età anagrafica».
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Ha battuto Ordermatt in superG a Wengen e in discesa a Kitz. L’asso svizzero dice che Giovanni Franzoni è ormai tra gli avversari temibili.
«Essere temuto mi sembra… una frasona. Tuttavia mi dà la carica sapere che me la posso giocare con lui e con altri d’alto livello. Prima li vedevo dal basso verso l’alto, ora so che posso stare fra loro».
Che cosa ha sviluppato in più e in meglio?
«Lo stop mi ha aiutato a costruire la presenza nelle gare veloci. Con l’esperienza e con i progressi del fisico ho migliorato l’abitudine alle alte velocità, cosa non facile per un gigantista».
Il ritardo nell’esplosione è dipeso anche dal cambio di specialità?
«Sì, la velocità è un’area nella quale si arriva più tardi. È poi complicata da allenare: devi capire le traiettorie, i tipi di neve, qualche trucchetto. Da giovane mi sono sempre sentito a mio agio in discesa e in superG. Ma gareggiavo nella Coppa Europa, ben diverso è farlo nella Coppa del Mondo. Devi imparare a non rischiare di farti male, anche se prendendo rischi capisci dove sta il tuo limite e pian piano lo avvicini».
A 130 orari che cosa passa nella testa?
«Si ha il focus su quello che si sta facendo. Di certi passaggi anticipi la sensazione, come se fossero rallentati, ma in tanti altri vai di puro istinto».
Da qui in poi arriva per lei il difficile?
«Lo so: sto passando dalla notte al giorno, consapevole che posso essere prima osannato e poi coperto di palta. Però in questi anni ho imparato che quello che conta è il mio piano di viaggio».
I Giochi sono ormai qui: come li immagina?
«Già esserci è una gran cosa. Sognavo poi di partecipare con un numero di partenza decente e pure questo l’ho conquistato. Ora so che tutti si aspettano l’exploit, la medaglia. Darò il massimo, ovvio, ma dovrò ricordarmi che rendo di più quando riesco a sciare divertendomi».
Le diamo penna e foglio di carta: scriva tre desideri.
«Mi hanno sempre parlato di obiettivi, io non me ne sono mai posti perché preferirei parlare, appunto, di desideri. Uno di questi, vincere a Kitz, si è già avverato. Come secondo metto la medaglia olimpica, come terzo vincere una Coppa del Mondo».
Noi giornalisti, affamati di eroi, pensiamo che lei è il futuro del nostro sci: fa piacere o sente pressione?
«Fa piacere, la pressione la gestisco pensando che ci sono altri giovani emergenti: cercherò di dare loro una mano, così come quelli che mi hanno preceduto hanno aiutato me».
Federica Brignone e Sofia Goggia: le piacerebbe diventare loro due al maschile?
«Ne devo ancora mangiare di minestra…».
5 febbraio 2026 ( modifica il 5 febbraio 2026 | 10:51)
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