di
Vera Martinella
Con il via libera dell’Agenzia italiana del farmaco, ora disponibile un nuovo mix di farmaci efficace per chi ha una neoplasia in stadio avanzato o metastatico
Sebbene non se ne parli spesso, il carcinoma della vescica è la quarta forma di cancro più frequente in Italia dopo i 50 anni con circa 31mila nuovi casi diagnosticati ogni anno. Nel 75% dei pazienti la malattia viene individuata allo stadio iniziale ed è confinata alle parti superficiali della parete vescicale, quando è possibile intervenire chirurgicamente con buone opportunità di guarigione, tanto che a cinque anni dalla diagnosi fasi sono vivi in media otto pazienti su 10. C’è però ancora una quota consistente di persone alle quali la neoplasia viene diagnosticata già in fase localmente avanzata, in cui il rischio di una evoluzione metastatica della malattia è molto alto.
Ed è per questi pazienti che l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha appena approvato una nuova combinazione di medicinali, enfortumab vedotin in associazione a pembrolizumab, per il trattamento di prima linea di un carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico.
Sintomi da non trascurare
Il carcinoma uroteliale, chiamato più comunemente tumore della vescica, è una neoplasia maligna che ha origine dall’urotelio, la mucosa che riveste internamente la vescica. Nella metà circa dei casi è collegato al tabacco, infatti i casi sono in aumento soprattutto fra le donne, sempre più tabagiste. «Il principale campanello d’allarme è la presenza di sangue nelle urine o ematuria – spiega Patrizia Giannatempo, dell’Oncologia Genito-Urinaria, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori a Milano –: va segnalato il prima possibile al proprio medico e allo specialista urologo per eseguire esami più specifici con intento diagnostico (anche se può espressione di varie patologie anche benigne)». Il tempo è prezioso: arrivare alla diagnosi precocemente significa non solo che le possibilità di guarire sono maggiori, perché la malattia è ancora localizzata e non ha dato metastasi, ma anche poter essere curati con terapie meno invasive, con minori effetti collaterali e una qualità di vita migliore. «A trascurare l’ematuria sono soprattutto le donne, che scoprono così la neoplasia in stadio più avanzato, perché spesso le perdite di sangue vengono attribuite a infezioni delle vie urinarie o interpretate come disturbi post-menopausali – continua l’oncologa -. Anche dolore e bruciore persistenti non vanno trascurati: meglio parlare con un medico che può prescrivere, se necessario, indagini semplici come l’esame delle urine o l’ecografia». In caso si sospetti una neoplasia, il passo successivo è la cistoscopia, necessaria per giungere a una diagnosi certa.
Terapie per gli stadi iniziali
La scelta del trattamento più indicato dipende, prima di tutto, dal tipo istologico del tumore, dallo stadio e dalla diffusione della malattia. «I trattamenti attualmente disponibili sono la chirurgia, la chemioterapia, l’immunoterapia e la radioterapia – chiarisce Roberto Iacovelli, professore Associato Oncologia Medica all’Università Cattolica Sacro Cuore –Policlinico Universitario Gemelli IRCCS a Roma –. Nei casi in cui la neoplasia è localizzata all’interno della vescica e non ha invaso la muscolatura, si procede con l’asportazione del tumore durante la cistoscopia secondo una procedura denominata TURB, cui seguono lavaggi a base di farmaci chemioterapici o con il BCG (bacillo di Calmette-Guerin) che hanno lo scopo di prevenire o ritardare un’eventuale recidiva».
Nei casi in cui il tumore ha invaso lo strato muscolare della vescica, la situazione è più complessa. «Il primo step è un trattamento cosiddetto neoadiuvante (cioè pre-operatorio), a base di chemioterapia e immunoterapia, effettuato allo scopo di ridurre il tumore e bonificare eventuali cellule tumorali che possono già essersi diffuse nel circolo ematico – prosegue l’esperto -. A questo segue l’atto chirurgico vero e proprio, che purtroppo è demolitivo e comporta la rimozione dell’organo (cistectomia), cui può seguire la ricostruzione.
Abbiamo anche una terza situazione in cui i pazienti con malattia che invade il muscolo e determinate caratteristiche cliniche possono essere eleggibili al trattamento cosiddetto “trimodale”, che comprende la TURB, la chemioterapia e la radioterapia con lo scopo di preservare la vescica».
Quando il tumore è avanzato o metastatico: cambia lo standard
Nei casi di carcinoma della vescica in fase avanzata, non resecabile o metastatico, l’obiettivo delle cure è contrastare la progressione di malattia e consentire una sopravvivenza più lunga possibile.
«Ed è per questa condizione che oggi abbiamo a disposizione anche in Italia l’associazione fra enfortumab vedotin (un anticorpo farmaco-coniugato) e pembrolizumab (inibitore dei checkpoint immunitario) in prima linea – dice Iacovelli -. Un’opzione terapeutica che rappresenta una grande novità perché ha la possibilità di cambiare la storia clinica di questi pazienti, una
vera rivoluzione rispetto allo standard di trattamento basato sulla sola chemioterapia a base di platino seguita da immunoterapia di mantenimento o di seconda linea e in grado di fornire una risposta al bisogno attuale, considerando che oggi pochi pazienti ricevono linee di terapia successive alla prima».
L’approvazione della rimborsabilità da parte di Aifa è arrivata alla luce dei risultati dello studio clinico di fase 3 EV-302 (noto anche come KEYNOTE-A39), che ha valutato l’efficacia e la sicurezza di enfortumab vedotin in associazione a pembrolizumab in pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico precedentemente non trattato: «E’ il primo regime a essere approvato in Italia nel trattamento del carcinoma uroteliale in fase avanzata che ha dimostrato una superiorità rispetto alla chemioterapia contenente platino (cioè l’attuale standard di cura utilizzato da quasi 40 anni)– sottolinea Giannatempo -. Gli esiti dello studio EV-302 mostrano che l’associazione dei due farmaci ha quasi raddoppiato sia la mediana di sopravvivenza globale sia la sopravvivenza libera da progressione di malattia e ha aumentato significativamente il tasso di risposta obiettiva (ovvero il numero di pazienti che traggono benefici dalla cura) rispetto alla chemioterapia standard».
La cura funziona per periodi lunghi (anche due anni)
Enfortumab vedotin è un anticorpo farmaco-coniugato che veicola un chemioterapico all’interno delle cellule tumorali, a partire dal legame tra l’anticorpo farmaco-coniugato e la Nectina-4, una proteina di adesione ubiquitaria e particolarmente espressa sulle cellule di molti tumori, incluso il tumore uroteliale. Pembrolizumab, invece, «risveglia» la capacità del sistema immunitario di riconoscere la cellula tumorale. «Insieme, questi farmaci agiscono su due fronti diversi e in modo sinergico con l’obiettivo di distruggere le cellule tumorali – dice Iacovelli -. Avere la disponibilità di questa combinazione terapeutica in una fase precoce di trattamento significa consentire a questi pazienti una sopravvivenza più lunga rispetto a quanto era possibile ottenere finora con la sola chemioterapia. Le evidenze ottenute ci dicono che in circa il 30% dei pazienti si può ottenere, seppure temporaneamente, una scomparsa totale della malattia».
«I dati con un follow-up più lungo presentati la scorsa estate, dicono che
oltre il 74% dei pazienti che ha avuto un beneficio con risposta completa continua a essere in risposta anche 24 mesi dopo – conclude Giannatempo -. E le evidenze dimostrano che, in coloro che all’inizio hanno una risposta completa della malattia al trattamento, la progressione tende a manifestarsi dopo intervalli di tempo lunghi».
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5 febbraio 2026
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