di
Elena Tebano
In assenza di una legge specifica, il Tribunale di Trieste è intervenuto per imporre il riconoscimento delle due figlie avute dalla donna, la nota archeologa Federica Fontana, scomparsa nel 2024, con la moglie
Federica Fontana era una figura importante per l’archeologia italiana. Professoressa di Archeologia greca e romana all’università di Trieste, ha curato lo scavo della famosa domus dei Putti danzanti di Aquileia. Fontana è morta a soli 61 anni il 19 maggio 2024, dopo una lunga malattia. Adesso il suo nome è legato anche a una causa molto rilevante per le famiglie omogenitoriali italiane: il Tribunale di Trieste, con una sentenza diventata definitiva oggi, l’ha riconosciuta madre a tutti gli effetti delle bambine avute da sua moglie Emanuela Murgia, 46 anni. Figlie che Fontana non aveva potuto riconoscere in vita, perché la legge ancora non glielo consentiva. È la prima volta che succede, ma è l’ennesimo caso in cui i giudici sono dovuti intervenire per supplire alla mancanza di una norma che tuteli i figli di due madri, rendendoli uguali a tutti gli altri.
Il riconoscimento è arrivato dopo un procedimento avviato dalla sua vedova, in base a una cosiddetta «azione di stato», che si fa di solito per chiedere il riconoscimento della paternità. «Per me è stato un modo per portare a compimento qualcosa che avremmo voluto fare insieme: un grande motivo di vita, di fronte a una perdita così grande» dice ora Emanuela Murgia.
«È stata la mia figlia maggiore a farmi capire che dovevo farlo. Poco dopo che Federica è morta, ha firmato un disegno con il doppio cognome, anche se all’anagrafe aveva solo il mio. Per me è stato uno choc. L’ho visto come un modo di affermare la sua appartenenza».
Murgia e Fontana si sono conosciute vent’anni fa all’università di Trieste. Dopo dieci anni insieme, per loro è stato naturale allargare la famiglia: «Ci è sembrato una conseguenza ovvia del nostro progetto di vita insieme» dice Murgia. E, come tante coppie, sono andate a fare la fecondazione assistita in Spagna. La loro primogenita è nata nel 2017. «Allora a Trieste non c’era nessun tipo di riconoscimento per i figli delle coppie lesbiche e anche il modulo per la fecondazione che ho firmato in Spagna non prevedeva il consenso della madre intenzionale. Per la secondogenita, che è nata nel 2021, sì. E allora lo ha firmato anche Federica» racconta. Ma per la legge italiana continuava a non essere nessuno.
Le due donne avevano deciso di avere un terzo figlio quando nel 2022 Fontana si è ammalata di tumore. «Ci siamo subito unite civilmente, per avere più tutele» spiega Murgia. «Non avevamo mai avuto difficoltà a scuola, né con la pediatra o i vicini. Davano tutti per scontato che le bambine fossero legalmente figlie di entrambe. Nel sentire comune l’idea è che se c’è l’unione civile, i figli sono di tutte e due» dice. «Ma dopo che Federica è morta mi sono resa conto che le bambine erano tagliate fuori da un sacco di cose: dalle borse di studio per orfani alla pensione di reversibilità della mamma».
Oltre al riconoscimento affettivo e morale della maternità di Fontana, c’era anche un lato pratico molto importante. Murgia è una ricercatrice universitaria precaria: con due figlie da crescere da sola, il contratto in scadenza e un mutuo da pagare si è trovata in difficoltà. «Sono una persona che tende sempre a vedere il lato positivo delle cose, ma a un certo punto ero disperata», aggiunge. Quando ha deciso di fare richiesta di riconoscimento in Tribunale, è stata appoggiata anche dal fratello di Federica, Francesco Fontana, che era il curatore speciale delle bambine. Il procedimento è stato seguito pro bono dalle avvocate di Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbti+, Patrizia Fiore, Manuel Girola, Valentina Pontillo e Giulia Patrassi Leopardi – in quanto iniziativa strategica per l’affermazione dei diritti fondamentali dei figli delle coppie dello stesso sesso.
Il tribunale di Trieste, dopo aver appurato che Fontana ha deciso di avere le bambine con la moglie e ne è stata la madre fin dall’inizio, ha disposto il riconoscimento post-mortem. «I giudici hanno stabilito che il rapporto di filiazione può essere accertato anche nei confronti di una madre ormai deceduta, quando risulti provata la volontà procreativa condivisa. Si tratta di un tassello importante, che rafforza il principio secondo cui al centro dell’ordinamento deve rimanere la protezione dell’identità personale e familiare delle bambine e dei bambini» dichiara Rete Lenford. Adesso le due bambine sono a pieno titolo eredi legittime della seconda mamma, e hanno il diritto a beneficiare delle prestazioni previdenziali e assistenziali previste per i figli del genitore deceduto, compresa la pensione di reversibilità al 100%.
«Quando siamo andate a cambiare i documenti per mettere anche il cognome della mamma Chicca le bambine erano entusiaste – racconta Murgia –. Io sono sollevata: so che è quello che voleva Federica».
5 febbraio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA