Cosa farcene del dolore di una perdita, ci chiede Chloé Zhao nel suo ultimo film Hamnet -Nel nome del figlio, e, soprattutto, dobbiamo farcene qualcosa? La sua risposta è, probabilmente: sì, un’esperienza collettiva (e anche un bel pianto liberatorio).
Il film, che esce per Universal Pictures dopo essere passato dalla Festa del Cinema di Roma, racconta la «vera» storia dietro l’Amleto. Il giovane William Shakespeare (Paul Mescal, che prosegue nella sua infilata di «padri tristi» dopo quel gioiello di Aftersun) incontra Agnes (Jessie Buckley, candidata all’Oscar), una ragazza che preferisce passare il tempo nei boschi con il suo falcone e viene considerata figlia di una strega. Sono diversissimi, lei che ascolta le lezioni della foresta, lui con le sue ambizioni letterarie, però si innamorano, si sposano e insieme hanno tre bambini. Quando il figlio Hamnet muore, mentre lui si trova a Londra dove è già diventato un celebre drammaturgo, nel loro rapporto si apre una crepa profondissima. E il nome Hamnet, ci dicono da subito, all’epoca si scriveva anche «Hamlet», Amleto.
Già in lizza come miglior film agli Oscar, Hamnet è tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell (pubblicato in Italia da Guanda, nella traduzione di Stefania De Franco), e segna il ritorno della regista premio Oscar per Nomadland, dopo la pausa Marvel con Eternals e prima di gettarsi nel reboot della serie Buffy – L’ammazzavampiri. Dimentichiamoci gli orizzonti larghi e vuoti a cui Chloé Zhao ci aveva abituati: l’Inghilterra elisabettiana è fatta di soffitti bassi, foreste fitte. Agnes è vestita di rosso, di marrone, sempre avvolta in una cornice di verde terroso, William e il figlio appartengono già a un altro piano di realtà, i loro abiti sono grigi e azzurri, e la loro cornice è il fondale di un teatro.