La risposta: rafforzare il “Made in Europe”
Per risolvere il dilemma, Blume e Filosa indicano una direzione precisa: puntare con decisione sul “Made in Europe”. Il loro ragionamento si basa su due principi fondamentali. Prima di tutto, chi vende veicoli ai clienti europei dovrebbe produrli in condizioni equivalenti, assicurando così una concorrenza realmente leale. Inoltre, le risorse dei contribuenti europei devono essere impiegate per sostenere la produzione interna e attirare nuovi investimenti nel continente.
Il concetto di Made in Europe deve essere definito con criteri chiari, evitando qualsiasi deriva protezionistica. L’obiettivo è costruire o rafforzare la resilienza europea nelle componenti più strategiche. Per i veicoli elettrici, questo significa considerare la produzione del veicolo, il powertrain elettrico, le celle delle batterie e le componenti elettroniche più rilevanti.
Secondo i due manager, gli obiettivi devono essere «ambiziosi ma realistici». Occorrono incentivi intelligenti per sostenere una crescita stabile della produzione europea. L’etichetta Made in Europe e i sussidi all’acquisto, però, non bastano: servono anche misure capaci di compensare i costi aggiuntivi richiesti dalla produzione interna, come bonus CO₂ inseriti nel regolamento sulle emissioni. Se un costruttore rispetta i requisiti Made in Europe per una parte significativa della sua flotta, il bonus dovrebbe essere applicato all’intera gamma di veicoli elettrici. In questo modo, le aziende sarebbero incentivate a mantenere la produzione nell’Ue e a reinvestire i miliardi risparmiati in sanzioni in progetti strategici sul territorio europeo.