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Massimiliano Nerozzi, inviato a Bergamo
I bianconeri sprecano una serie di grandi occasioni e chiudono il primo tempo sotto per il rigore di Scamacca. Nella ripresa i nerazzurri dilagano
Più che una sconfitta — e una grande e meritata vittoria dell’Atalanta — è stata una singolarità cosmica della Juve, uno di quei casi, nel tempo e nello spazio (di una stagione) in cui le leggi fisiche note smettono di funzionare: come alla New Balance Arena, perché mai la squadra di Luciano Spalletti aveva preso tre gol, finendo per essere sovrastata, dopo un primo tempo non solo combattuto, ma pure giocato meglio dell’avversario. E a dire il vero, Madama ha concesso rari spari puliti a una Dea che, però, ha saputo essere letale ogni volta che ne ha avuto l’occasione. L’esatto contrario della Juve che, all’incasso, ha masticato gioco (58 per cento di possesso) e tirato (13 volte, ma solo 2 nello specchio), senza quel peso in area che fa la differenza.
Morale: bye bye alla Coppa Italia e al primo obiettivo stagionale, anche se il bersaglio grosso resta il campionato e gli ottavi di Champions. In semifinale va l’Atalanta, contro la vincente di Bologna-Lazio. Spalletti l’aveva pianificata con più strategia che tattica, riducendo al minimo il turn-over e rimontando la squadra con un 3-4-2-1 di tudoriana memoria: nella sostanza, Gatti al posto di Yildiz, ovviamente in posizione diversa, facendo salire Kalulu da quinto, mentre McKennie faceva l’invasore puro. A occhio, la Juve pareva voler reggere l’urto fisico a costo di rinunciare, almeno inizialmente, a palleggio e possesso: difatti, nel primo quarto d’ora il pallone l’hanno sempre quelli di Palladino — 72 per cento di possesso, che all’intervallo precipiterà però al 48 — e con i bianconeri costretti a un baricentro molto basso.
Però reggevano, visto che i padroni di casa non tiravano mai seriamente in porta. Insomma, funzionava. Non fosse per un rigore «differito», pescato dalla Var dopo un paio di minuti, senza che nessuno se ne fosse accorto, compreso chi stava sul prato: che il tocco con il braccio di Bremer, su cross di Ederson, sia indiscutibile (e quindi il penalty netto) non toglie all’episodio una vaga sensazione di ridicolo. Si sa, di questi tempi funziona così. Prima, era stata Madama la più pericolosa, due volte, con Conceicao: si divorava un’occasione gigante davanti a Carnesecchi; poi, veniva fermato dalla traversa. Fisiologicamente, la Juve premeva ancora di più dopo lo svantaggio, costruendo altre due situazioni pericolose, scivolate vie per imprecisioni assortite. La squadra si muoveva a memoria, attaccando gli spazi, ma senza concretezza in area.
Ripresa forzatamente di rincorsa: fuori Gatti dentro Boga e, a seguire, via anche David — tante sponde ma zero tiri — e McKennie centravanti, idea che a Lucianone balenava da un po’. La Juve ci prova, ma con poca lucidità, anche in fase di impostazione, concedendo ripartenze: è su una di queste che Bellanova taglia l’area con un cross basso, che Sulemana tocca in porta, rubando il tempo alla scivolata di Kalulu. Spalletti ci prova con tutti dentro (Openda e Zhegrova), ma arriva il tris bergamasco, con la stoccata di Pasalic, appena entrato: prima sotto le gambe di Kelly, poi nell’angolino. La Juve s’era già dissolta.
5 febbraio 2026 ( modifica il 5 febbraio 2026 | 23:25)
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