Artista: Fulci | Fotografo: Enrico Dal Boni | Data: 18 agosto 2023 | Evento: Frantic Festival | Venue: TikiTaka Village | Città: Francavilla al Mare (CH)
In questo nuovo episodio di “5 album che mi hanno cambiato la vita” abbiamo il piacere di ospitare Domenico Diego, chitarrista dei Fulci, una delle realtà più popolari del panorama estremo italiano, capace di fondere la brutalità del death metal più classico e atmosfere cinematografiche ispirate ai grandi maestri dell’horror, Lucio Fulci (sic!) in primis.
Domenico ci ha raccontato i cinque dischi che hanno avuto un impatto decisivo sulla sua vita musicale e creativa, e lo fa con la stessa intensità con cui la sua band costruisce paesaggi sonori tra morte, visioni e inquietudine.
Proprio in questi giorni i ragazzi si stanno preparando a salire sui palchi europei al fianco dei Sanguisugabogg, portando la loro potenza live oltre confine, e in primavera saranno protagonisti della seconda edizione della Fulcicon, che si terrà a Milano il 27 e 28 marzo 2026. La rassegna, già un punto di riferimento per gli appassionati di horror e metal, vedrà al Cinema Mexico la proiezione di “Manhattan Baby”, di Lucio Fulci, mentre al Legend Club si alterneranno Goblin Legacy, con un tributo alle colonne sonore di genere, e i Fulci stessi, che presenteranno il loro nuovo progetto audiovisivo “Risorsero Dalla Tomba e Fu… L’Apocalisse”, cortometraggio diretto da Domenico Montixi , prodotto e musicato dalla band.
Ma oggi, prima di tutto, scopriremo insieme a Domenico quali album hanno segnato il suo percorso musicale, e perché certi dischi possono davvero cambiare la vita di un musicista… e di chi ascolta.
Di seguito un commento di Domenico:
“Domanda facilissima (maledetti!). Siccome ci troviamo su Metalitalia, ho cercato di stringere il cerchio selezionando solo i primi dischi metal che mi hanno sconvolto la vita, tralasciando punk, elettronica, rock, ambient e altri generi che pure hanno influenzato radicalmente il mio modo di vedere, pensare e vivere. Cerco di andare in ordine cronologico”.
AAVV – “Dangerous Visions” (1994)
Visto che la domanda era fottutamente difficile, vi frego tutti e gioco questa compilation. L’ho ascoltata per la prima volta come mixtape, sul lato A di una cassetta duplicata, e mi ha letteralmente cambiato la vita. È stata la porta d’ingresso verso l’ondata Roadrunner dei gloriosi anni ’90, il New York hardcore e alcune delle band che avrebbero segnato per sempre il mio percorso, come gli Obituary.
Dentro c’era di tutto: la voce vomitata di John Tardy, i Sepultura nel momento più punk di “Chaos A.D.”, il crossover dei Life of Agony e dei Dog Eat Dog, l’attitudine urbana dei primi Machine Head, il punk melodico newyorkese dei Black Train Jack (oggi purtroppo dimenticati). Questa compilation ha definito il mio imprinting musicale, esattamente nel punto in cui metal e hardcore si toccano e si contaminano.
Non ve lo starete chiedendo, ma già che ci siamo, vi dico anche cosa c’era sul lato B: “Masterkiller” dei Merauder. Un altro capolavoro assoluto, un vero e proprio gamechanger: estetica shaolin alla Wu-Tang Clan, ma con sonorità Obituary/Cro-Mags, una coltellata che mi ha spianato la strada verso Hatebreed, E-Town Concrete, Shattered Realm e tutto il New Jersey hardcore beatdown.
IRON MAIDEN – “A Real Live One” (1993)
Il primo CD in assoluto che abbia mai acquistato. Prima avevo solo cassette duplicate o tarocche comprate alla bancarella del mercato. I miei occhi e le mie orecchie hanno analizzato ogni millimetro del booklet e ogni millesimo di secondo dell’audio.
Per mesi ho ascoltato solo questo, perché avevo investito tutto il budget bimestrale in quel CD. Copertina pazzesca.
Dopo questo, a ruota, “Powerslave” e “Killers”. Ho iniziato a girare con jeans strappati, bandana e sneakers, cercando per strada altri metallari con cui condividere lo shock che avevo appena subito.
PANTERA – “Far Beyond Driven” (1994)
Il secondo CD che abbia mai comprato. Ancora oggi, quella produzione è una badilata in piena faccia.
Ricordo benissimo il momento in cui ho premuto play: per qualche secondo ho pensato che il CD fosse difettoso. Quel caos totale, quella violenza sonora, erano esattamente ciò che i Pantera volevano comunicare. Me lo sono sparato dall’inizio alla fine e, quando è finito con l’assolo di “Planet Caravan”, ho pensato solo: “ma che cazzo è appena successo?”.
Ho preso la mia Cort economica e ho iniziato a cercare di rifare l’assolo di “Becoming” strusciando un cacciavite sulla tastiera. In quel momento ho capito che avrei dovuto suonare power chord e dive bomb sulla chitarra. Dopo Dimebag sono arrivati nella mia vita altri guitar hero: Azagthoth, Murphy, Schuldiner, Rutan e Peres, ma Darrel rimane al primo posto per me.
CANNIBAL CORPSE – “Tomb of the Mutilated” (1992)
Ascoltavo già “Utopia Banished” dei Napalm Death, ma quando ho infilato questo CD nel lettore a tre piastre che condividevo con mio fratello (che ascoltava i Pearl Jam!) e ho premuto ‘play’, la sensazione è stata esattamente quella descritta dal titolo della prima traccia. Da lì in poi non ho capito più niente. Il riff di “Hammer Smashed Face” mi risuona ancora oggi nel cervello: “tanana tanana”.
La lista di ringraziamenti nel disco è stata fondamentale. Da lì ho iniziato a studiare ossessivamente il brutal death newyorkese e il death floridiano: Suffocation, Death, Malevolent Creation, Deicide, Mortician, Necrophagia. E ovviamente il culto assoluto dei Morrisound Studios. Poco dopo sono andato in negozio a comprare “Formulas Fatal to the Flesh” e “The Sound of Perseverance”.
Se un disco era registrato ai Morrisound, per me era un acquisto automatico. Per rendere l’idea del livello di malattia: la prima volta che sono stato in Florida ho obbligato tutti a saltare Miami Beach per andare in pellegrinaggio a Tampa davanti ai Morrisound.
Questo disco è perfetto dall’inizio alla fine. Il suono è tombale, il titolo è uno stile di vita, la voce di Chris Barnes dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e gli stacchi di basso di Alex Webster risvegliano i morti.
La foto della band sul retro e quei nomi scolpiti nel marmo: Mazurkiewicz. Webster, sono ancora impressi a fuoco nel mio cervello.
Se avessi dovuto sceglierne un solo disco, sarebbe stato questo. Tutti a casa. Fine (risate, ndr).
CEPHALIC CARNAGE – “Exploiting Dysfunction” (2000)
Questo disco mi ha spalancato le porte su tutto ciò che Relapse Records ha pubblicato tra il 2000 e il 2004. L’ho divorato. Songwriting folle, pattern di batteria che sembrano suonati da sedici mani e, soprattutto, tanta, tantissima marijuana.
Dopo questo album ho iniziato a seguire ossessivamente ogni uscita Relapse: Pig Destroyer, Regurgitate, Nasum, Dying Fetus, Nile, The Dillinger Escape Plan, Burnt By The Sun, Skinless. Da lì sono sceso sempre più in profondità nell’underground, esplorando grindcore estremo e brutal death: Brodequin, Disgorge, Deeds of Flesh, fino ad arrivare a band totalmente sconosciute. Più erano di nicchia, inascoltabili, tecnicamente chirurgici e introvabili, più mi gasavo.
Disco chiave. Impossibile escluderlo.





