Quando Josie and the Pussycats uscì nelle sale nel 2001, venne percepito come un prodotto fuori fuoco: troppo colorato per essere una satira adulta, troppo cinico per essere una commedia teen tradizionale. Il risultato fu un’accoglienza tiepida, se non apertamente ostile, che lo relegò rapidamente alla categoria dei flop dimenticabili. Eppure, a venticinque anni di distanza, quello stesso film appare oggi come una delle commedie americane più lucide e lungimiranti del suo tempo, un vero e proprio cult.
Ispirato all’omonimo fumetto e alla serie animata, il film racconta l’ascesa di una band femminile catapultata nel cuore dell’industria musicale, solo per scoprire che il successo è parte di un piano molto più oscuro: usare la musica pop come strumento di manipolazione dei consumi. Una premessa che all’epoca sembrava volutamente esagerata, quasi grottesca, ma che oggi suona sorprendentemente concreta. Il mondo raccontato dal film non è più una caricatura, bensì una versione appena più esplicita di dinamiche che ormai fanno parte della quotidianità culturale.
Uno degli aspetti più contestati all’uscita è stato il product placement esasperato. Marchi e loghi invadono ogni spazio visivo, fino a diventare soffocanti. All’epoca molti critici accusarono il film di contraddirsi, sostenendo che finisse per celebrare ciò che voleva criticare. Col tempo, però, è diventato evidente che quella saturazione non era un errore, ma una scelta estetica precisa. Il film non si limita a parlare di consumismo: lo rende fisicamente impossibile da ignorare, trasformandolo in parte integrante del linguaggio visivo e narrativo.
Rivisto oggi, questo approccio appare addirittura profetico. In un’epoca dominata da contenuti sponsorizzati, brand integration e influencer marketing, l’idea di un’industria che colonizza l’immaginario attraverso la musica non sembra più estrema. Josie and the Pussycats aveva intuito con largo anticipo quanto sarebbe diventato sottile il confine tra intrattenimento e pubblicità, e lo aveva fatto usando i codici della commedia pop.
Anche l’umorismo del film è stato rivalutato col tempo. Quello che nel 2001 veniva percepito come un tono incerto – troppo sciocco per alcuni, troppo meta per altri – oggi appare come uno dei suoi punti di forza. Il film alterna momenti volutamente cartoonistici, che rendono omaggio alle origini fumettistiche, a una satira sorprendentemente tagliente sull’industria culturale. I villain, dirigenti discografici caricaturali ma inquietanti, incarnano una visione cinica e tutt’altro che innocua del sistema che sfrutta gli artisti fino all’esaurimento.
A rendere il tutto ancora più moderno è il ricorso continuo all’autoconsapevolezza. Il film gioca con la propria natura di adattamento, rompe la quarta parete, commenta se stesso e la propria esistenza come prodotto commerciale. Un tipo di umorismo che nel 2001 risultava spiazzante, ma che oggi è diventato mainstream grazie a opere che hanno fatto della meta-narrazione uno dei loro tratti distintivi. In questo senso, Josie and the Pussycats sembra appartenere più agli anni Dieci che ai primi Duemila.
Se c’è un elemento che non è però mai stato messo in discussione, è la musica. La soundtrack del film è ancora oggi sorprendentemente efficace, con brani che funzionano davvero come hit pop-punk. Questo contribuisce in modo decisivo alla credibilità della storia: il successo delle protagoniste non è solo raccontato, ma percepito. Il pubblico crede nel loro talento, e questo rende il finale emotivamente coerente e appagante.
Il percorso di rivalutazione di Josie and the Pussycats è emblematico di come certi film abbiano bisogno di tempo per essere compresi. Le sue scelte stilistiche, il tono camp, la satira esplicita e la critica al capitalismo culturale erano probabilmente troppo avanti per il pubblico del 2001. Oggi, però, quelle stesse caratteristiche lo rendono incredibilmente attuale.
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