Un famoso finanziere diceva che quando due persone conoscono un segreto allora non è più un segreto” diceva Titta Di Girolamo/Toni Servillo in una delle tante one-liner memorabili de Le conseguenze dell’amore. La battuta suona subito un po’ meno divertente quando apprendiamo che il finanziere in questione era Guido Calvi, ma se è lecito farne un uso un po’ meta allora possiamo applicarla al cinema di Sorrentino stesso.

Che al di là dei gusti, che sono tutti leciti, è stato senza dubbio il regista più influente degli ultimi vent’anni e ha per così dire cambiato le lenti, o se volete sciolto qualcosa di divertente nel caffè, a un cinema italiano che al giro del millennio annaspava tra il melodramma borghese generazionale e una certa sciatteria stilistica contrabbandata per realismo sociale.

Ecco, è lecito supporre che il segreto di questa rivoluzione, che nel bene o nel male ha riportato il cinema italiano sul territorio del larger than life, lo conoscano almeno in due: Paolo Sorrentino e l’attore che ha accompagnato la sua ascesa da Giovane Promessa a Venerato Maestro: Toni Servillo. Ora è in sala La Grazia, forse il film più universalmente approcciabile ma anche il più tiepido della coppia, di cui ripercorriamo in tre pellicole fondamentali il sodalizio.

L’uomo in più (2001)toni servillopinterest

Indigo Film

Esordio di Sorrentino alla regia, a 31 anni, consacrazione al cinema per Servillo, già quarantenne, che fino ad allora aveva privilegiato il teatro, e si era concesso al grande schermo solo per alcune raffinate interpretazioni nei film di Mario Martone. L’uomo in più rivisto oggi conserva un’efficacia impressionante: sceneggiatura a orologeria sui destini incrociati di un ex calciatore e di un ex cantante omonimi, Antonio e Toni Pisapia (Servillo), dalle personalità opposte – malinconico e meticoloso il primo, sfrontato e vizioso il secondo – alle prese, ciascuno a modo suo, con ciò che viene dopo la popolarità e il successo, dunque fuor di metafora con la vecchiaia e la morte.

È la prima volta, forse, in cui ci rendiamo conto che l’eleganza ubiqua di Servillo funziona ancora meglio se calata su uno sfondo kitsch. Servillo alla fine ha un monologo memorabile che dovete assolutamente vedere, ma vederlo senza aver visto il film è un peccato, quindi nel caso recuperate il film.

Il Divo (2008)toni servillopinterest

Courtesy Lucky Red

Film fondamentale non solo perché segna il passaggio di Sorrentino da beniamino di una nicchia di appassionati a Grande Regista, o perché simbolicamente apre una nuova stagione per il cinema italiano (quell’anno andarono in concorso a Cannes Sorrentino con Il Divo e Garrone con Gomorra – peraltro anche quello con Servillosfiorando la Palma d’Oro e aggiudicandosi due dei premi principali, dopo interi decenni in cui in pratica il solo Nanni Moretti aveva tenuto alta la bandiera italiana in Croisette). Fu anche la rivelazione del fatto che Toni Servillo con Sorrentino non deve fare per forza Toni Servillo, ma può fare pure Andreotti, con cui Toni Servillo non sembrava avere davvero niente in comune, e invece bastarono le orecchie a punta e puff, magia: Andreotti.

La grande bellezza (2013)toni servillopinterest

Gianni Fiorito

Che dire del film più famoso, amato e odiato di Sorrentino? Vogliamo davvero entrare nella disputa tra chi lo considera la definitiva summa felliniana della decadenza classe dirigente italiana al termine della Seconda Repubblica e chi ci vede solo una tronfia e stereotipata foto ricordo del “cinema d’autore” italiano fatta a uso e consumo di americani dalla bocca buona, che infatti abboccarono tributando al film un Oscar? No di certo.

Ma anche per gli strenui detrattori de La grande bellezza sarà difficile negare che il Jep Gambardella di Servillo è un personaggio a suo modo memorabile, e che per un attore appena meno geniale sarebbe stato facilissimo farne un accumulo di tic di maniera, o mettersi a fare Mastroianni de La dolce vita, e Servillo in un certo senso fa entrambe le cose, ma le usa a suo favore, e riesce a cavarne fuori un qualcosa di completamente suo.

Headshot of Stefano Piri

Nato a Genova nel giorno in cui a Bel Air morì Truman Capote, dopo un lungo percorso di autocoscienza si è rassegnato all’idea che si tratta solo di una coincidenza. Laureato in Relazioni Internazionali e diplomato alla Holden ha lavorato a lungo nelle istituzioni europee, scrivendo nel tempo libero per L’Ultimo Uomo, Minima et Moralia, Pandora e altre testate. Nel 2018 entra nella redazione di Esquire Italia, di cui oggi è Digital Managing Editor. Ha scritto anche due libri e qualche sceneggiatura.