Sì, i Savoia hanno violato il divieto costituzionale di ingresso in Italia, abolito nel 2002. Lo ha confermato oggi, giovedì 5 febbraio, Emanuele Filiberto in un’intervista al Corriere. 

Il Principe ha confermato un aneddoto di Gustav Thöni che aveva raccontato di essere stato omaggiato dal padre, Vittorio Emanuele di Savoia, dopo una vittoria nel 1974, con una visita a Trafoi, in Trentino Alto Adige.

All’epoca agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi erano vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale dopo che il 2 giugno 1946 il referendum aveva sancito la nascita della Repubblica Italiana. Soltanto nel 2002 la norma fu cancellata con l’abrogazione dei commi 1 e 2 della XIII disposizione transitoria della nostra Carta.

I Savoia fecero quindi un primo ritorno ufficiale nel dicembre 2002 con un volo privato proveniente da Ginevra e atterrato a Roma Ciampino per un incontro istituzionale in Vaticano con Papa Giovanni Paolo II. Il “vero” ritorno avvenne nel febbraio 2003 a Napoli.

I Savoia nel maggio del 2003 visitarono Torino omaggiando le tombe dei loro antenati custodite nella Basilica di Superga. Tra i principali antenati Savoia sepolti nella Cripta reale di Superga ci sono Vittorio Amedeo II, il fondatore della Basilica, Carlo Emanuele III, Vittorio Emanuele I, Carlo Alberto. Nel 2024 è stato seppellito lì lo stesso Vittorio Emanuele di Savoia, il padre di Emanuele Filiberto.

Emanuele Filiberto: “A Torino per pranzo e la bagna cauda”

Emanuele Filiberto oggi, giovedì 5 febbraio, nell’intervista a Il Corriere ha ammesso che la famiglia Savoia ha violato l’esilio “molte volte” prima del 2002, raccontando che lui e suo padre, Vittorio Emanuele di Savoia entravano spesso in Italia per brevi viaggi, dicendo di essere stato a Torino per pranzo. “Ricordo le cene, per esempio la bagna cauda”, ha anche aggiunto nell’intervista da cui emerge che per il Principe il legame con la cucina del territorio piemontese era un modo per mantenere un contatto con le proprie radici.

“Mio padre era pilota. Un giorno disse a suo padre, Umberto II: Facciamo un giro in aereo. Partirono da Ginevra, sorvolarono Torino, poi Racconigi. Mio nonno era commosso. Diceva: non possiamo atterrare, ma vedere quei luoghi… Passarono a bassa quota”, ha aggiunto Emanuele Filiberto.

Il padre Vittorio Emanuele di Savoia si definiva un torinese in esilio e nel 1956, a 19 anni, si era iscritto all’Università di Torino con il nome di Vittorio Sarre in modo da risultare come studente dell’Università di Torino pur non potendo frequentare le lezioni in aula né sostenere esami negli edifici dell’ateneo senza rischiare l’arresto immediato. Nelle sue intenzioni era un modo per “esserci” senza esserci, un atto di resistenza contro la Costituzione che li voleva cancellati.

“Prima che noi infrangessimo la legge ci avevano violato i diritti. La Corte europea ce lo ha riconosciuto. Era normale fare questi strappi”, ha detto, raccontando quanto avveniva prima del ritorno ufficiale avvenuto dopo 57 anni di esilio con questi “sconfinamenti” percepiti a suoi dire come una necessità per un allontanamento ingiusto e doloroso in attesa di tornare a casa.

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