di
Enzo D’Errico
Senza vita anche gli animali della casa in un sobborgo di Perth. L’avviso sulla porta:
L’ultimo atto di lucida gentilezza è stato affiggere un cartello all’ingresso di casa, cinque parole scritte per conservare la propria dignità e preservare l’altrui sensibilità: «Non entrate. Chiamate la polizia». Poi dietro la porta di quell’appartamento in Mosman Park, un tranquillo sobborgo di Perth, ciò che restava di una famiglia consumata dal dolore e dall’indifferenza è svanito nel tepore di una giornata australiana. L’ultima su cui hanno alzato lo sguardo Jarrod Clune e Maiwenna Goasdoue, con i loro figli Leon di sedici anni e Otis di quattordici, entrambi autistici gravi.
Le indagini hanno accertato che si è trattato di un suicidio-omicidio. Marito e moglie hanno preparato tutto con estrema cura, lasciando una lettera nella quale spiegavano ogni cosa: la pianificazione del gesto, le ragioni che li avevano spinti ad abbassare le tende di fronte alla tenue luce della speranza e il modo in cui desideravano che venissero amministrati i loro averi dopo la morte.
Hanno deciso di portare con sé anche i tre animali che facevano parte dell’esistenza familiare. E soltanto chi vive accanto al disagio mentale, soprattutto quello dei bambini e degli adolescenti, sa quanto la compagnia di un cane o di un gatto possa alleviare l’indomita angoscia di questi ragazzi e dei loro genitori, fino a diventare uno scorcio insostituibile del panorama affettivo.
Leon e Otis avevano bisogno di cure continue. Perché questa patologia, nelle sue forme più aggressive, non distingue il giorno dalla notte e spesso scandisce il passare delle ore con urla, pianti e accessi d’ira. Ma, ciò che più conta, impedisce di coniugare il futuro.
Provate un attimo a immaginare che vostro figlio o vostra figlia, quando lascerete il mondo, saranno confinati dentro una struttura sanitaria, probabilmente imbottiti di psicofarmaci, e si ritroveranno soli in mezzo a una folla di sconosciuti senza riuscire a darsi una spiegazione, senza capire nemmeno per un attimo cosa sia la morte. Oppure ricordate l’insopprimibile ansia che assale qualunque genitore appena la febbre di un neonato sale oltre il dovuto o qualche malanno di passaggio lo tiene sveglio fino all’alba e ci si sente impotenti, schiacciati dal tormento della propria inutilità. Ecco, moltiplicate tutto questo all’infinito, incastonatelo dentro ogni singolo minuto che scorre sul vostro orologio e avrete una pallida idea di qual era la vita di Jarrod e Maiwenna con Leon e Otis.
Volete continuare a chiamarlo suicidio, nascondendo quest’universo d’indicibile pena dietro il paravento di un giudizio morale? È vero, nessuno ha il diritto di togliere la vita a un’altra persona, figuriamoci ai propri figli. Ma se quei figli dipendono totalmente da te, se tuo malgrado sono un oggi che mai diventerà domani, non puoi andartene da solo. Non sarebbe meglio, allora, parlare di addio? Terribile eppure sommesso, rischiarato da un barlume di estrema quanto insondabile tenerezza. Ma, allo stesso tempo, bisognerebbe chiedersi perché l’immenso amore con cui questa coppia di mezz’età ha nutrito i suoi figli per tanti anni sia naufragato nella solitudine, l’ombra che inghiotte i disabili e le loro famiglie a ogni latitudine.
La risposta, ammesso che esista una risposta, è sempre la stessa: finché il disagio mentale, e l’autismo in particolare, sarà trattato alla stregua di qualsiasi malattia, e dunque imprigionato esclusivamente nell’ambito sanitario, ascolteremo ancora storie simili a quella di Mosman Park. Purtroppo. E il simbolo dell’indignazione avrà sempre l’accento miserevole dell’ipocrisia. Bisogna, viceversa, che il raggio d’azione s’estenda alla sfera del sociale e si creino strutture pubbliche di cohousing e avviamento al lavoro (quando è possibile) che finalmente spolverino l’orizzonte e lo rendano di nuovo visibile. Ai disabili e ai loro genitori.
In Italia nemmeno se ne parla e l’indifferenza di molte regioni (soprattutto al Sud) mette i brividi. C’è una frase di Kenzaburo Oe, premio Nobel della letteratura nel 1994, che riassume meglio di tante chiacchiere quanto è accaduto nel sobborgo di Perth. L’autore giapponese, nel libro «Un’esperienza personale» dedicato al figlio autistico Hikari, scrive che ad ogni ragazzo disabile corrisponde un genitore disabile. Che, quindi, non saprà mai cosa significhi vedere il suo bambino crescere sereno, camminare da solo per strada, tornare a casa tardi, innamorarsi, raccontarti un dispiacere o un’improvvisa felicità, insomma tutto ciò che il mondo reputa normale. E invece non lo è.
6 febbraio 2026
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