di
Mirella Armiero

All’Accademia di Belle Arti di Napoli una mostra di fotografie di scena omaggia l’attore. Lunedì 9 al via le riprese del nuovo film di Martone, «Scherzetto», di cui è protagonista

Toni Servillo è il più grande attore italiano secondo molti, sia spettatori che critici. Dal momento che è un uomo schivo, lui di sicuro rifiuterebbe questa definizione, ma non si può negare che il suo volto sia diventato iconico e il suo stile abbia inaugurato un nuovo corso della scena italiana, a teatro e a cinema. Sul grande schermo l’abbiamo visto delinquente, poliziotto, psicoanalista, politico, capocomico e in mille altri ruoli, da ultimo presidente della Repubblica nell’acclamato «La grazia» di Paolo Sorrentino.

A raccontare le tappe salienti di questa carriera cinematografica è la mostra di foto di scena a cura di Antonio Maraldi allestita all’Accademia di Belle Arti di Napoli e inaugurata ieri alla presenza dello stesso Servillo, impegnato nelle prove dello spettacolo «Tre modi per non morire» proprio a fianco all’Accademia, al teatro Bellini. 
L’attore, nel corso della presentazione con Rosita Marchese, Giuseppe Gaeta, Gianni Fiorito e Diego Del Pozzo, ha risposto alle domande degli studenti, attenti e numerosissimi, che hanno partecipato all’incontro. A cominciare dal rapporto tra teatro e cinema, nella sua carriera che si è dipanata lungo le due direttive: «Nonostante il clamore del cinema, resto un teatrante. Molto spesso anche al cinema lavoro in gruppi di persone che amano come me il teatro, è accaduto anche ne “La grazia” e prima nel “Divo”. Gruppi nei quali si verifica una sorta di slittamento leggero verso il cinema ma proprio questa provenienza teatrale offre un metodo, un rigore. Poi Sorrentino ha le idee talmente chiare che ti lancia la palla e tu devi solo fare goal. Non è detto però che non ci possano essere grandi attori che non vengono dal teatro… E c’è da dire che anche il set è un palcoscenico e i primi spettatori sono quelli intorno a te, a cominciare dai tecnici e dal fotografo. Ecco, il suo sguardo è molto importante, è quello che si focalizza subito sull’attore insieme al regista. Non a caso sono molto legato a Gianni Fiorito, che è stato fotografo di tantissimi miei set. Tra l’altro, i primi giorni in cui si gira sono quelli nei quali si definisce il personaggio, che inizia a prendere corpo dalla sceneggiatura. Quindi è ancora più importante la capacità del fotografo di cogliere questo processo». 



















































E un nuovo processo creativo inizierà lunedì, con l’avvio delle riprese di un nuovo film e di un nuovo personaggio, un anziano signore napoletano alle prese con un vivace nipotino. «Giriamo “Scherzetto” di Mario Martone, dal romanzo di Domenico Starnone»
Servillo, sempre misurato, stavolta si gode l’abbraccio ideale dei ragazzi. È felice di trovare la platea traboccante, risponde alle domande senza risparmiarsi. Per esempio su due personaggi opposti che ha interpretato, Jep Gambardella e Mariano De Santis: «De Santis si fa domande, la fine del suo mandato gli fa presagire la fine della vita, eppure mostra grande apertura per chi verrà dopo di lui, per i giovani. Jep invece la vita la spreca». 

Poi viene fuori il tema del rapporto con Napoli. E Servillo dichiara senza mezze misure: «Sento un debito enorme nei confronti della storia culturale di Napoli. Qui è più facile che altrove fare l’attore. I napoletani hanno una particolare attitudine, si guardano vivere, proprio come fa l’attore. Io sono di Afragola ma ho vissuto fin da ragazzo a Caserta e quando a Napoli mi hanno dato la cittadinanza onoraria ne sono stato felice. È uno dei premi che mi ha emozionato di più nella mia vita, questa città mi ha formato. E in un mondo dove va tutto storto, qui c’è un’energia importante. Anche in sala al Bellini vedo tantissimi giovani. Ricordo che quando Eduardo vedeva in platea solo persone anziane borbottava scontento: “’a felinia, solo ‘a felinia”, cioè le ragnatele». Consigli ai giovani attori? «Le scuole vanno bene, ci sono quelle importanti ma attenzione, anche tanti imbroglioni. Però ricordo che noi da giovani abbiamo creato una compagnia, che per me è stata essa stessa uno dei maestri fondamentali. Mettevamo cinquemila lire ciascuno per affittare una piccola sala, prendevamo i treni notturni per andare a vedere grandi spettacoli, eravamo curiosi, abbiamo assorbito tutto come una spugna». 

E le istituzioni devono sostenere i giovani artisti? «Senza questo supporto non saremmo andati lontano. È vero che non si può pensare di fare teatro o cinema in cerca di uno stipendio, ma al tempo stesso uno Stato civile deve farsi carico di incoraggiare la cultura ». 


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6 febbraio 2026 ( modifica il 6 febbraio 2026 | 08:56)