di
Giuliana Ferraino

Amazon ha alzato a 200 miliardi gli investimenti in AI, dopo le cifre monstre presentate da Microsoft, Google e Meta. L’eccezione di Apple. Una corsa che si incrocia con la visione della Fed di Kevin Warsh

Fate attenzione a questa parola, perché è diventata la nuova chiave di volta – e di paura – per l’intera finanza globale: Capex. Fino a pochi anni fa, il Capital Expenditure (le spese in conto capitale) era una voce di bilancio tecnica, un segnale di salute industriale. Oggi questo termine è diventato il termometro di una «febbre dell’oro» che sta costando alle Big Tech cifre mai viste prima, che gli investitori e molti analisti fanno fatica ad approvare. Per capire: gli investimenti fin qui annunciati per quest’anno dai grandi gruppi hi-tech equivalgono a più di tre Pnrr. 

Dopo l’annuncio di Google, che con la trimestrale ha presentato un piano di spesa da 185 miliardi di dollari, nella notte è arrivata la conferma da Seattle. Amazon ha comunicato l’intenzione di investire la cifra record di 200 miliardi di dollari quest’anno per potenziare la propria infrastruttura di intelligenza artificiale. Una mossa che porta il conto totale degli investimenti previsti per il 2026 dalle grandi aziende del tech (Amazon, Google, Microsoft e Meta) alla cifra monstre di 660 miliardi di dollari.



















































Bruciati 900 miliardi di capitalizzazione 

Questa corsa agli armamenti digitali ha un prezzo immediato molto salato. Da quando sono iniziate le trimestrali la scorsa settimana, Amazon, Google e Microsoft hanno visto andare in fumo, complessivamente, 900 miliardi di dollari di valore di mercato. Gli azionisti sono fuggiti di fronte a piani di spesa che superano il Pil di un paese come Israele, oscurando persino la crescita a doppia cifra dei ricavi nel cloud.

La scommessa da 660 miliardi sull’Ai: ecco perché Big tech ora spaventa Wall Street (e la parola «Capex» è diventata un incubo) 

Il caso di Microsoft è emblematico: il titolo ha perso il 18% dopo aver rivelato che le spese per i data center sono aumentate del 66%. Ma a spaventare è anche un dettaglio inedito emerso durante gli ultimi conti: il gruppo di Redmond ha svelato che il 45% del suo portafoglio di futuri contratti cloud dipende da una sola startup, OpenAI. Una dipendenza che ha fatto scattare l’allarme rosso sulla diversificazione del rischio.

La teoria di Warsh: l’AI come arma anti-inflazione

Perché, dunque, i ceo della Silicon Valley continuano a spendere cifre che il mercato giudica folli? C’è una lettura diversa, decisamente più ottimista, che circola non solo negli ambienti degli economisti, ma prossimamente potrebbe influenzare anche  la politica monetaria della Federal Reserve, dopo la nomina di Kevin Warsh alla guida della banca centrale americana al posto di Jerome Powell da parte del presidente Donald Trump. 

Secondo la visione di Warsh, l’intelligenza artificiale non è una bolla speculativa, ma l’unico strumento capace di generare «un aumento drammatico della produttività». Il suo ragionamento, espresso in una video intervista datata lo scorso dicembre, è che se l’AI permette di produrre molto di più a costi inferiori, si crea uno choc positivo sull’offerta che abbatte i prezzi. Questo scenario permetterebbe alla Fed (e di riflesso anche alla Bce) di tagliare i tassi di interesse in modo aggressivo senza il timore di riaccendere l’inflazione. 

In quest’ottica, i 660 miliardi di Capex non sono spese folli, ma l’investimento necessario per uscire dalla trappola della stagnazione secolare a cui stiamo assistendo. Non a caso all’ultimo World Economic Forum le due parole chiave ripetute a oltranza, da Satya Nadella (Microsoft) a Jensen Huang (Nvidia), sono state «infrastructure» e «diffusion», infrastruttura e diffusione. 

Il dilemma della «diffusione»

Tra la visione dei ceo e quella degli investitori c’è però un ostacolo pratico: il tempo. Nessuno sa quanto durerà la fase di «diffusione» e integrazione dell’AI nell’economia reale. L’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare il modo in cui lavoriamo e viviamo. Ma come ricordano gli storici dell’economia, l’elettricità impiegò decenni per cambiare le fabbriche. Oggi il rischio è lo stesso: Andy Jassy, ceo di Amazon, dice che i 200 miliardi servono per «posizionarsi» nel futuro, ma Wall Street vuole i profitti se non oggi, in tempi certi.

Ma c’è un altro punto di rottura. Il dubbio che agita (a ondate) gli investitori è che si tratti comunque di investimenti strutturalmente esagerati, destinati a non ripagarsi mai. Le ultime sedute in profondo rosso del Nasdaq sembrano segnalare che siamo passati da una fase in cui l’annuncio di grandi spese scatenava l’euforia a un clima di diffidenza in cui il mercato teme che queste cifre enormi non si traducano in utili reali. Il sospetto è che l’infrastruttura necessaria per l’AI costi semplicemente troppo rispetto ai ricavi che è in grado di generare, trasformando questi 660 miliardi non in un investimento, ma in una spesa gigantesca.

L’eccezione di Apple che vince in Borsa

In questo scenario di sangue sui listini, paradossalmente sembra vincere la prudenza di Apple. Cupertino è l’unica Big a uscire indenne dal tracollo sul listino dei titoli tecnologici (+7,5% in Borsa), proprio perché ha scelto di non partecipare alla gara del Capex. Con una spesa di soli 12 miliardi l’anno (contro i 200 di Amazon), Apple ha scelto la via dell’outsourcing, siglando un accordo per usare l’infrastruttura di Google (Gemini) sui suoi iPhone. Una specie di strategia «pay-as-you-go» che, per ora, la rende il rifugio sicuro in mezzo alla tempesta perfetta dei costi.

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6 febbraio 2026 ( modifica il 6 febbraio 2026 | 12:34)