di
Roberto Gressi
Tra ex leghisti, ex comunisti e filoputiniani, la «corte dei miracoli» del neonato partito ultrasovranista
«E statte zitto, e statte zitto, e statte zitto, a Cicalò!». Al momento pare che Nando Mericoni, l’Alberto Sordi di Un americano a Roma, sia il più deciso nell’invitare alla prudenza l’amico Cicalone: ma sei sicuro di andarti a ficcare in questa avventura con Roberto Vannacci? C’è da dire che pure il Cicalone dei giorni nostri, al secolo Simone Ruzzi, quello che si butta nella mischia a prendere pugni dai borseggiatori che bracca sulla metropolitana, sulla vicenda diventa diplomatico e sgusciante che manco Mazzarino. Ma come? Non sei tu l’ex campione di Kickboxing, quello che, con la faccia pesta, sfida gli aggressori? «Siete delle pippe, i vostri cazzotti non mi hanno fatto nulla, sono qui». Invece ora eccolo, pacato e forbito: «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente».
Con lui Vannacci, il generale che, «unico grande politico», ha accettato di fare un viaggio in metro nell’ora di punta. E che gli ha pure scritto, a Cicalone, dopo che era stato riempito di botte. Ma candidarsi, be’, bisogna ragionarci, è un altro paio di maniche. «È più complicato, devo capire, ci vogliono garanzie». Che poi subito viene in mente la frase di Clint Eastwood: «Se vuoi la garanzia comprati un tostapane». Ma Simone Ruzzi si spiega: «Ci vuole una seria classe dirigente, oltre alla bravura del leader». Che in genere, tradotto dal politichese, vuol dire un seggio sicuro, finanziamenti per la campagna elettorale, un patto dal notaio.
Un turbine rinnovatore, la Corte dei miracoli, fiamma che purifica, armata Brancaleone, santa missione o crociata dei pezzenti, che si diede ai saccheggi prima di essere sterminata: difficile trovare un bandolo nei primi aspiranti adepti della lunga marcia che porterà il generalone sul campo di battaglia delle elezioni politiche dell’anno prossimo.
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Uno che ha buttato il cuore oltre l’ostacolo c’è, è quell’Emanuele Pozzolo emarginato da Fratelli d’Italia e finito nel calderone del gruppo misto dopo che, con la sua pistolina, ha ferito un commensale a una festa di Capodanno. «Vannacci sarà il Charles De Gaulle italiano — proclama adesso —. Non è più il tempo di una destra che chiede scusa e permesso, bisogna superare gli steccati ideologici del Novecento». E aggiunge: «Memento audere semper», e così pure D’Annunzio, che non può più mettergli le mani addosso, è arruolato. Certo, c’è concorrenza. Pozzolo per un posto buono in lista dovrà vedersela con avversari temibili.
Pure Aboubakar Soumahoro, quello che andava in Parlamento con gli stivaloni infangati, è stufo del Novecento: «Sono pronto a candidarmi con le forze del tricolore, io sono un pragmatico, guarderò il progetto, sono un uomo libero, difendo l’interesse italiano, tutto qui». Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che l’hanno portato a Montecitorio, ancora fanno penitenza, ma magari qualcun altro ci ricasca.
L’attesa cresce. L’Italia si domanda: che farà mai il sindaco di Pennabilli, in quel di Rimini? Mauro Giannini un assaggio l’ha dato con un video sui social. «Mi sento in dovere di sostenere un mio camerata che ha deciso di prendere per mano il popolo italiano, un patriota che risponde al nome di Roberto Vannacci. Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce questo è il mio petto, fucilatemi». Segue camicia strappata di dosso, a mostrare il tatuaggio della Decima mas. Insomma, se la gioca con Stefano Valdegamberi, imposto consigliere alla Lega da Vannacci in Veneto, che soavemente dichiara: «Difendere Putin è difendere la democrazia».
Ma ci sono, forse, anche i tre dell’Ave Maria, il desiderio di Mario Adinolfi: «Sogno un tridente con me, Vannacci e Corona», il suo nome lo mette per primo, va da sé, «siamo i difensori della cristianità e dei valori morali. Possiamo ambire al governo del Paese, noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme per presentare le liste». E pure l’ex comunista Marco Rizzo, con la sua Democrazia sovrana popolare, pare non chiudere a una collaborazione. Uno che non sta tanto a pensarci su è Mario Borghezio, quello che ogni due per tre voleva prendere qualcuno a calci in culo: «Salvini ha snaturato la Lega e si merita questa batosta, Vannacci avrà con sé tanta gente nuova, ricevo un sacco di telefonate».
Non mancano nemmeno i «sor tentenna», quelli che due staffe sono meglio di una. I leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso, dopo aver votato contro il decreto per il sostegno all’Ucraina, hanno deciso di lasciare la Lega, dopo essere stati per ore in bilico: «Lasciare il gruppo della Lega? Del doman non v’è certezza» (Ziello); «Potrei… ma voglio sentire prima amici e famiglia» (Sasso). Domenico Furgiuele, quello del convegno tentato a Montecitorio, con l’ultra-ultradestra, spiazza invece tutti: «Ciao Vannacci, resto con Alberto da Giussano».
A sorpresa resta fuori anche Georges Clemenceau. Pare che abbia detto ai suoi: «La politica è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai generali».
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6 febbraio 2026 ( modifica il 6 febbraio 2026 | 13:30)
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