Condivido pienamente lo sconcerto e l’indignazione di tanti giornalisti americani, italiani e di ogni altra parte del mondo, per la brutalità con cui Jeff Bezos, dopo averne sfregiato in vari modi la reputazione, sta facendo letteralmente a pezzi la redazione del Washington Post, con trecento giornalisti licenziati da un giorno all’altro. Lo spettacolo è a dir poco rivoltante, anzitutto perché è una dimostrazione di viltà e genuflessione davanti al potere da parte di chi avrebbe tutti i mezzi per resistere e difendersi, se solo lo volesse, ma preferisce strisciare ai piedi del governo più corrotto e antidemocratico della storia americana perché grazie a quel governo è passato da un patrimonio di 225 miliardi di dollari a un patrimonio di 250 miliardi di dollari.

E lo stesso vale ovviamente per tutti gli altri miserabili miliardari della Silicon Valley. Dubito però che protestare per il licenziamento di giornalisti premi Pulitzer e la chiusura di intere sezioni del quotidiano raccoglierà grande solidarietà nella società americana. E temo che anche l’allarme per le sorti della democrazia e del pluralismo cadrà nel vuoto, nella migliore delle ipotesi.

Il guaio è che il giornalismo non è mai stato tanto sotto schiaffo, ma i giornalisti non sono mai stati così deboli. Anche nel cuore dell’occidente, come mostra l’ultimo numero dell’Economist. Non credo che oggi, in qualunque paese del mondo, i giornalisti sarebbero in grado di suscitare un grande movimento popolare in difesa della libertà di stampa. Per i populisti sarà sempre fin troppo facile farli passare per ipocriti che vorrebbero applicare le regole del mercato soltanto agli altri e difendere i propri privilegi presentandoli come garanzia dei diritti di tutti. Eppure, al tempo dei giganti di internet, di giornalismo davvero indipendente ci sarebbe più bisogno che mai.

Sarebbe bello se proprio dai giornalisti licenziati dal Washington Post partisse un nuovo tipo di iniziativa editoriale, incentrata sulla lotta contro lo strapotere dei miliardari delle piattaforme, che facesse opera non solo di informazione e di denuncia, ma anche di pedagogia politico-culturale, contro la micidiale tenaglia rappresentata dall’alleanza tra cultura hippy e ideologia ultraliberista, alla base di tutto quel coacervo di fregnacce sulla libertà della rete e internet come utopia tecno-libertaria che ha finito per spianare la strada agli sceicchi del web, trascinando gli Stati Uniti – e quindi l’occidente – in una specie di nuovo feudalesimo.

Sarebbe bello se proprio in risposta all’efferato servilismo di Bezos nascesse un grande giornale capace di lottare quotidianamente contro il ritorno alla legge della giungla e contrastare la regressione del nostro dibattito pubblico. Potrebbero chiamarlo proprio così: The Jungle Post. O anche The Amazon.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.