Ma adesso Leo Gassman vuole fare sul serio. Dal 24 al 28 febbraio lo aspetta Sanremo, a tre anni dall’ultimo Festival con Terzo cuore, un tempo in cui il 27enne cantautore romano – figlio degli attori Alessandro Gassmann e Sabrina Knaflitz – ha imparato «a gestire la pressione dell’Ariston». Ah, come? «Arrivando preparato, vocalmente e fisicamente: mi alleno, ho anche smesso di bere da due mesi». Tant’è, lo sguardo è proiettato già più in là, perché questa Naturale, un pop romantico che sembra uscito da un teen drama Netflix, è il primo tassello verso un album in cui quest’eterno, bravo ragazzo entra nell’età adulta, a modo suo. «Sarà un cavallo di Troia», dice. La sorpresa che c’è dentro sarà un album country e folk dal titolo Vita vera Paradiso, in uscita il 10 aprile e su cui punta parecchio. Il cinema, che frequenta per vocazione famigliare e per «tirare fuori i lati in ombra, con la scusa d’interpretare qualcun altro», continua ad affascinarlo, come dimostra la miniserie appena uscita, L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro. Così come il pop spensierato, con cui finora si è fatto conoscere e «che mi diverte». E però, dicevamo, ora vuole giocare con i grandi. «L’album l’ho scritto interamente io», dice. È nato un cantautore? «Vediamo». Tra le ispirazioni c’è Bob Dylan, «mentre tra le collaborazioni artisti magari poco conosciuti, ma per me straordinari, come Fadi. Naturale è l’unico pezzo in cui io sono intervenuto in un secondo momento: è un’idea di tre giovani autori – Mizar, Mediterraneo e Sventura – che me l’hanno proposto. L’ho sentita mia, ma è un’eccezione».

Di che parla?
«Degli arrivederci. In amore, come nella vita, li soffro: mi tengono sulle spine fin da bambino, da quando, non so, i miei mi promettevano che in caso di un bel voto mi avrebbero portato al Luna Park. Gli addii sono un’altra cosa, io soffro proprio gli arrivederci».

Essere figli d’arte è un ostacolo?
«È uno dei tanti che impone la vita, ciascuno ha i suoi. Ma è anche un privilegio, almeno per me, che ho due genitori straordinari, con cui ho anche lavorato e vorrei lavorare. Peraltro, mamma mi ha trasmesso la passione per i cantautori. E insieme mi hanno insegnato l’umiltà. Nonno diceva sempre a papà – e lui, di conseguenza, a me – che tra una strada in salita e una in discesa è sempre meglio la prima, perché c’è più gusto ad arrivare alla meta. Poi, è come giocare a carte: si può avere una bella mano di partenza, ma senza esperienza non si ottiene niente».

La musica, in una famiglia d’attori, è una cosa sua?
«Un po’ sì, ma è venuto tutto naturale. Già da bambino, in macchina con i miei, cantavo. La svolta è stata dopo l’università e Sanremo Giovani (nel 2020, ndr), quando avevo vinto una borsa di studio per il Berklee College of Music: avrei dovuto andare negli Stati Uniti e studiare altri anni, per carità, bellissimo, ma ho preferito buttarmi qui con le canzoni».

Vita vera Paradiso sarà la sua strada in salita?
«È arrivato il momento. Al terzo album ne ho voluto fare uno vero e proprio, con un’idea di fondo, costante, da ascoltare dall’inizio alla fine. Non mi aspetto che sbanchi le classifiche, continuerò anche a fare pop, però sentivo quest’esigenza. Parlerà d’amore, come sempre per me. Ma anche d’altro: c’è un pezzo, Irradia, sulla difficoltà di trovare una luce in fondo al tunnel. Magari sorprenderò qualcuno».