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La segretaria: sbagliati i distinguo. Guerini: così ci facciamo prendere in giro da Conte

Per una volta se le sono dette senza troppi giri di parole. In Direzione, rigorosamente non in streaming, con toni soft e senza alzare mai la voce, Elly Schlein e la minoranza riformista hanno precisato i rispettivi punti di vista. È finita 162 per la segretaria e 11 astenuti (ma loro dicono 20) per i riformisti. Il chiarimento, quello vero, è ancora di là da venire, ma le carte sono state messe sul tavolo.

Ha cominciato la segretaria, alla fine di una relazione in cui ha ribadito il sostegno del Pd al No al referendum e ha illustrato le tappe della campagna d’ascolto dem che culminerà in un grande evento, il 6 marzo, a Roma. «La presenza di una minoranza o più minoranze — ha detto Schlein — è un valore e noi lo difendiamo. Ma la linea politica è una sola ed è sbagliato dare all’esterno l’idea che il Pd abbia linee diverse».




















































A quel punto, tutti, o quasi, gli esponenti di spicco della minoranza riformista hanno preso la parola. Avevano già deciso di farlo comunque per tenere il punto. Simona Malpezzi ha dato il via: «Segretaria, condivido che ci debba essere una linea, ma va costruita insieme perché chi fa parte della minoranza rappresenta una delle culture fondative di questo partito, che ha lo stesso diritto i cittadinanza». 

Tra i primi a parlare Piero Fassino, che si è scagliato contro il manifesto dei giovani democratici di Bergamo: «Quello slogan, meglio un maiale che un sionista, è un’infamia, che non può essere tollerata». Anche Sandra Zampa non ha lasciato cadere la questione: «Non sono sionista, ma pretendo di stare in un partito che rispetta quella grande cultura e che non si permette di dire che è meglio un maiale che un sionista». Va detto che Schlein ha preso le distanze da quel manifesto: «È inaccettabile, ma è stato rimosso e ci sono state le scuse da parte loro».

C’è, però, un altro aspetto della campagna di comunicazione del Pd che non sta bene ai riformisti: i manifesti in cui si equipara chi vota si al referendum agli esponenti di CasaPound. Una campagna «sbagliata» la definisce Malpezzi e Zampa rincara la dose: «Pretendo di stare in un partito che non equipara CasaPound a quelli che a sinistra voteranno Sì». 

È stata quindi la volta di Pina Picierno, applauditissima. La vicepresidente del Parlamento europeo non ha fatto sconti a a Schlein: «Ho sentito anche oggi parole confuse, sbagliate», è stato il suo esordio. E per chiarire ha aggiunto: «Il pluralismo non è una concessione». Quindi un monito: attenzione, perché «una frattura» nel Pd c’è già stata (quella del 2016 in cui Bersani e compagni andarono via e uscì dal partito anche Schlein) , e «oggi vedo spirali di radicalizzazione ancora più profonde». Ancora: «Tanti fondatori non riconoscono più il Pd». E cita subito dopo Prodi e Veltroni. Poi un’altra accusa a Schlein: «In quattro anni di invasione russa non sei mai andata a Kiev che è il simbolo della difesa della democrazia liberale».
 

Anche Gori non le manda a dire. Partendo da un assunto: «Per essere credibili come forza di governo bisogna assumere la realtà come base dell’azione politica. Se l’idea è quella di contrastare i populisti con promesse che non potremo mai mantenere subito questo ci renderà più credibili come forza di governo».

Tocca a Guerini andare alla questione delle questioni: «Io sono rispettoso dei tempi di tutti e però ragazzi non è che ci possiamo far portare in giro, farci menare per il naso da Conte che non vuole mai una discussione e un tavolo in cui confrontiamo il programma. Perché se ci porta a ridosso dalle elezioni, attenzione, rischiamo di dover compromettere le ragioni programmatiche e politiche alle esigenze di un’alleanza, e questo è un errore e un rischio che non possiamo correre».


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6 febbraio 2026