“Gli eroi son tutti giovani e belli” cantava Francesco Guccini ne La Locomotiva. Se poi sei bello, sei un cantautore e muori giovane, il rischio è di passare da eroe a leggenda. È il caso di Jimi Hendrix, di Kurt Cobain, di Janis Joplin e anche di Jeff Buckley. Prima di annegare a soli trent’anni nel 1997 nel Wolf River, un affluente del Mississippi, aveva completato e pubblicato un solo album, Grace, destinato a entrare nella storia dei migliori dischi della storia della musica.

 

Il 16, 17 e 18 marzo sarà finalmente nei cinema italiani It’s never over: Jeff Buckley, il documentario sul musicista diretto da Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt che al Sundance festival fu accolto da applausi e recensioni positive. Da sempre l’eredità e il patrimonio artistico di Buckley vengono gestiti da Mary Guibert, la madre di Jeff, e il documentario è pieno di contributi che lei stessa ha fornito come le sue foto da bambino e da adolescente con la cresta da punk, oltre alle interviste a colleghi che lo avevano conosciuto come Aimee Mann e Ben Harper, ai membri della sua band, alle ex fidanzate Rebecca Moore e  Joan Wasser, più nota come Joan as Police woman. Guibert racconta il complesso rapporto tra il figlio e il padre, il chitarrista Tim Buckley, che si era separato da lei quando il bambino aveva sei mesi. Jeff aveva sette anni quando la madre lo portò per la prima volta a un concerto del genitore, al termine del quale era rimasto con il padre per una settimana prima di tornare a casa con una scatola di fiammiferi su cui era scritto il numero di telefono del papà destinato a morire di overdose poco tempo dopo. E alla domanda “cosa ti ha lasciato papà?”, Jeff gelido risponde nel documentario “le persone che si ricordano di mio padre. Prossima domanda”.

 

Nella sua parabola velocissima, Buckley seppe scegliere modelli impegnativi: Nina Simone per la sua versione di Lilac Wine e Leonard Cohen per una Hallelujah che piaceva anche al poeta canadese, e  raramente le cover sono all’altezza o addirittura superano l’originale. Era un’anima inquieta il giovane Buckley, schiacciata dalle aspettative per il seguito di un esordio-capolavoro come Grace. Altra caratteristica degli eroi che muoiono giovani: non possono più sbagliare. Chissà cosa avrebbe cantato ancora Jeff Buckley: dopo la sua morte sono usciti due album con pezzi non completi e vari live. Il documentario permette a chi lo ha amato negli anni passati di riscoprirlo e a chi ancora non conosce quel nobilissimo cantautore di apprezzare davvero le potenzialità del suo talento. Perché in realtà un eroe is never over, non è mai finito.