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Silvia M. C. Senette

Sessant’anni fa nasceva Rai Südtirol. Oggi nella sede di Bolzano convivono tre redazioni e altrettante lingue (senza considerare i dialetti): «Agli italiani piace la cronaca nera, a noi chiedono notizie positive». Il caso della deroga speciale per le assunzioni

Il 7 febbraio 1966, mentre l’Italia del boom economico si sintonizzava sul Sanremo di Mike Bongiorno, a Bolzano accadeva qualcosa di rivoluzionario: per la prima volta la televisione di Stato parlava una lingua diversa dall’italiano. Nasceva il Tagesschau, il primo telegiornale in tedesco. Sessant’anni dopo, quella che per un milanese o un romano potrebbe sembrare un’anomalia burocratica o un vezzo folcloristico, è una corazzata dell’informazione pubblica, un ecosistema unico in Europa in cui tre diverse redazioni – italiana, tedesca e ladina – convivono nello stesso edificio di piazza Mazzini. Quella che molti risolverebbero con una semplice traduzione è, in realtà, una questione di Statuto di Autonomia, di trattati internazionali e di una missione che fonde il giornalismo con la tutela di civiltà millenarie. A spiegare come funziona questa Torre di Babele dell’informazione sono le due donne che guidano le testate minoritarie (che poi, in Alto Adige, minoranza non sono): Michaela Mahlknecht, caporedattrice di Rai Südtirol, e Cecilia Mazzel, alla guida di Rai Ladinia.

Il servizio pubblico per il Sudtirolo

Se la redazione italiana di Sergio Mucci guarda più a Roma e alla cronaca nazionale, Rai Südtirol ha un respiro diverso: «Siamo 30 giornalisti e la nostra mission è mantenere alto il livello del tedesco standard in una terra in cui per strada si parla quasi solo dialetto» premette Michaela Mahlknecht. La sua redazione è un’eccezione nell’eccezione: a differenza delle altre TgR italiane, quella tedesca produce anche informazione nazionale e internazionale, con una corrispondente fissa a Roma che parla la lingua di Goethe. In più rubriche sportive o di approfondimento culturale, oltre che veri e propri talk show come Am Runden Tisch (letteralmente La tavola rotonda): «All’inizio la Rai, qui, era vista con scetticismo, quasi come uno strumento di italianizzazione forzata – ricorda Mahlknecht -. Oggi siamo l’istituzione informativa più autorevole del territorio. Il nostro pubblico sta invecchiando, è vero, ma abbiamo lanciato una sfida digitale senza precedenti: in un anno il profilo Instagram ha raggiunto 55.000 follower. Su 350.000 abitanti di lingua tedesca, è un numero enorme». I numeri del web danno ragione a questa autonomia. «A dicembre abbiamo avuto 420.000 accessi diretti al sito: siamo la testata regionale Rai più cliccata d’Italia. E la cosa sorprendente è che l’88% dei nostri utenti social è fuori provincia: ci seguono da Monaco di Baviera, Vienna, Zurigo. Siamo la finestra dell’Italia sul mondo di lingua tedesca».



















































I ladini tra tre dialetti

Scendendo di un piano, nel palazzo di Piazza Mazzini, si entra nel mondo di Rai Ladinia. Qui la sfida si fa ancora più acrobatica. «Siamo in undici – racconta Cecilia Mazzel – e tra noi convivono i dialetti della Val Badia, della Val Gardena e della Val di Fassa. Il ladino è la lingua più antica delle Dolomiti, una perla neolatina che rischiava di sparire». Rai Ladinia è un laboratorio di trilinguismo puro. Se il tedesco e l’italiano sono mondi consolidati, il ladino è una resistenza quotidiana. «I miei colleghi sono perfettamente trilingui. Cerchiamo di usare un ladino “puro”, grammaticalmente perfetto, perché abbiamo una doppia missione: informare e mantenere viva la lingua. Da quando esiste la tv ladina (dal 1988, con il telegiornale quotidiano TRaiL nato nel 1996, ndr), la popolazione ha ritrovato l’orgoglio. Vedere la propria lingua in televisione significa esistere». Anche qui, il pubblico risponde con un affetto d’altri tempi. «Andiamo in onda alle 19.55, subito prima dello show serale Rai. Molti italiani accendono la TV in anticipo e ci guardano: dicono che non capiscono tutto, ma che gli piace sentire il suono della lingua e vedere le immagini delle valli».

La deroga per le assunzioni

Ma come collaborano queste tre anime? «Il tempo ha fatto il miracolo – ammette Mazzel -. Un tempo c’erano i “muri”, i tedeschi quasi ci sbeffeggiavano; oggi c’è rispetto e collaborazione sinergica. Se un collega italiano va in trasferta in una valle ladina, gli chiediamo di portarci un’intervista nella nostra lingua. Ci scambiamo immagini e notizie». Tuttavia, l’autonomia è totale: «Ogni redazione ha la sua sensibilità – interviene Mahlknecht -. Agli italiani interessa molto la cronaca nera, i miei telespettatori invece mi scrivono: “Basta morti, dateci notizie positive”. Poi però, se guardo i clic sul sito, la tragedia sull’Ortles o gli incidenti sono sempre in cima. Tutto il mondo è paese». C’è poi il nodo del personale. Per lavorare in queste redazioni serve il patentino di bilinguismo e bisogna superare il concorso Rai nazionale; ma l’Alto Adige gode di deroghe speciali: «Facciamo fatica a trovare giornalisti – confessa la caporedattrice tedesca – perché i giovani che sanno bene la lingua preferiscono andare in Austria o Svizzera, dove gli stipendi sono molto più alti. È un problema che tocchiamo con mano ogni giorno. Per questo i nostri giornalisti e quelli ladini basta che siano iscritti all’albo dei pubblicisti, non necessariamente quello dei professionisti».

L’anniversario

L’anniversario dei 60 anni, che verrà celebrato con sei servizi speciali in onda dal 7 al 17 febbraio, cade in un momento frenetico: le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 sono alle porte e l’Alto Adige ne sarà cuore pulsante. «Sarà un impegno enorme – concordano le due caporedattrici -. Dovremo gestire dirette, speciali quotidiani, accrediti e diritti. Per noi è fondamentale raccontare i Giochi nelle nostre lingue, con i nostri inviati che conoscono il territorio e gli atleti locali». Tra la cronaca dei lupi che sbranano i vitelli e i dibattiti sull’overtourism che invade il Seceda, la Rai di Bolzano resta un caso di studio internazionale. Un microcosmo in cui il servizio pubblico non è solo informazione, ma un collante che tiene insieme tre popoli sotto lo stesso segnale orario. «Siamo una bella famiglia – conclude Cecilia Mazzel – e lavoriamo per chi ci guarda, con l’ambizione di arrivare nelle case con un prodotto che profumi di casa, ma con la qualità della grande rete nazionale». Sessant’anni dopo quella prima Tagesschau, la scommessa di Piazza Mazzini sembra essere stata vinta: la diversità non è più un muro, ma il palinsesto più ricco d’Italia.

7 febbraio 2026