Per una lunga lettura da weekend, vi propongo uno dei miei autori preferiti, lo storico scozzese (oggi a Stanford, California) Niall Ferguson. Lucido e anticonformista.
Alcuni estratti della sua analisi apparsa su The Free Press: «Ogni presidente che conquista un secondo mandato quasi inevitabilmente finisce vittima di ciò che da tempo è noto come il “prurito del sesto anno”. Il secondo anno del secondo mandato è stato storicamente un tempo di prove e tribolazioni per l’inquilino della Casa Bianca.
In genere i presidenti si trovano di fronte a un’agenda interna che si arena, alla stanchezza dell’opinione pubblica o, in alternativa, a uno scandalo, a un disastro naturale o a una crisi internazionale.
Il partito del presidente quasi sempre va male alle elezioni di metà mandato e il presidente viene considerato un’anatra zoppa per il resto del mandato. Nonostante la sua continua capacità di mettere nel sacco i suoi interlocutori stranieri, vista ancora di recente a Davos, Trump potrà essere la prossima vittima di questo ciclo politico interno.
Un secondo mandato è un secondo mandato, consecutivo o no. Cominciamo da Minneapolis. La città è diventata il punto focale di una reazione ben orchestrata contro la strategia aggressiva di deportazioni di stranieri illegali. A partire dai primi di dicembre, il Department of Homeland Security ha riversato agenti dell’Immigration and Customs Enforcement e della Customs and Border Protection a Minneapolis e St. Paul. La decisione è seguita alle rivelazioni di diffuse frodi nei sussidi pubblici tra membri della comunità somala del Minnesota: uno scandalo da 9 miliardi di dollari che sembrava una pessima notizia per i democratici.
Il 7 gennaio, però, un agente dell’Ice ha ucciso la manifestante Renée Good, 37 anni, madre di tre figli. Il DHS ha definito la sparatoria un atto di legittima difesa e ha sostenuto che Good aveva cercato di investire gli agenti “in un atto di terrorismo interno”, mentre i democratici hanno affermato che stava tentando di spostare l’auto allontanandola.
Poi, 17 giorni dopo, un secondo manifestante, Alex Pretti, anche lui trentasettenne e infermiere presso il Department of Veterans Affairs, è morto dopo essere stato colpito dieci volte da due agenti della CBP. Il vice capo di gabinetto Stephen Miller, architetto della politica migratoria di Trump, ha sostenuto che Pretti era un “aspirante assassino” che aveva “cercato di uccidere agenti federali”. La segretaria del DHS Kristi Noem ha definito Pretti un “terrorista interno”. I filmati dell’incidente sono difficili da conciliare con la versione dell’amministrazione.
Il 25 gennaio Trump ha scelto di fare marcia indietro. La ragione per cui le due morti in Minnesota sono politicamente così dannose per Trump è che l’immigrazione è da tempo uno dei suoi temi vincenti. Ha avuto un ruolo vitale nella sua rielezione del 2024, e la velocità con cui la nuova amministrazione ha di fatto chiuso il confine meridionale ha dato credibilità alla frase “promesse fatte, promesse mantenute”.
Le deportazioni, però, si sono rivelate meno popolari, soprattutto quando accompagnate da metodi da “pugno duro” e da una copertura mediatica negativa del tutto prevedibile. In un sondaggio New York Times/Siena dopo la sparatoria contro Good, il 61 per cento degli elettori registrati ha detto che le tattiche dell’Ice erano “andate troppo oltre”. I più recenti dati YouGov mostrano che circa due terzi degli americani che hanno visto i video della morte di Pretti hanno detto che la sparatoria era ingiustificata. Lo stesso sondaggio rileva che il 46 per cento degli americani sostiene l’abolizione dell’Ice.
Tutto questo ricorda un altro periodo di disordini americani: le sparatorie del 1970 alla Kent State University e la reazione del presidente Richard Nixon. Nel 1968 Nixon aveva vinto su una piattaforma di legge e ordine, in mezzo a grandi proteste contro la guerra in Vietnam e tensioni razziali. Sosteneva di rappresentare la “maggioranza silenziosa”, cioè quelli che volevano la fine dei disordini. Il 30 aprile 1970, Nixon annunciò un’incursione militare in Cambogia. Le proteste studentesche a Kent State aumentarono nei giorni successivi. Il governatore dell’Ohio chiamò la National Guard. Il 4 maggio, uno scontro tra studenti e Guardie portò queste ultime ad aprire il fuoco, uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove.
“Questo dovrebbe ricordarci ancora una volta che quando il dissenso si trasforma in violenza invita la tragedia”, disse Nixon. Nei mesi successivi, Nixon fece campagna in modo aggressivo a favore dei repubblicani al Congresso e “contro gli hippy”. Alle elezioni di metà mandato, però, i democratici ottennero un guadagno netto di 12 seggi alla Camera. E quello era il primo mandato di Nixon. Molto peggio sarebbe arrivato quattro anni dopo, quando la sua presidenza si disfece con il Watergate.
Trump ha una forte affinità con Nixon. Condividono gli stessi nemici (il New York Times, la burocrazia, Harvard), la stessa preferenza per il realismo rispetto all’idealismo, la stessa disponibilità a colpire gli alleati con dazi e altri choc. Mi sono chiesto a lungo se ci sia un aspetto imitativo, inconsciamente autodistruttivo, nelle inclinazioni nixoniane di Trump.
In fondo, basta pensare a come andò il secondo anno del secondo mandato di Nixon. Nixon aveva vinto la rielezione nel 1972 in modo trionfale, conquistando tutti gli Stati tranne il Massachusetts, ma il Watergate distrusse la sua amministrazione. Incapace di impedire che emergessero le prove registrate della sua complicità nell’insabbiamento del Watergate, braccato da un corpo stampa che lo aveva a lungo disprezzato e infine abbandonato dal suo stesso partito al Congresso, Nixon si dimise il 9 agosto 1974.
La vanità dei giornalisti tramanda, come nel film “Tutti gli uomini del presidente”, che Nixon fu abbattuto da due reporter fuoriclasse. In realtà, non ci sarebbe stato nessuno scandalo Watergate senza le lotte intestine patologiche che caratterizzavano Washington negli anni Settanta, e che fornirono ai reporter Carl Bernstein e Bob Woodward la loro fonte chiave.
Altrettanto importante fu la disastrosa performance dell’economia americana. Tra la seconda inaugurazione di Nixon e le elezioni di metà mandato del novembre 1974, il prezzo del petrolio triplicò, i prezzi al consumo balzarono del 22 per cento e l’indice S&P 500 scese del 38 per cento. Aumentarono anche i tassi d’interesse e il tasso di disoccupazione, e l’approvazione di Nixon crollò dal 67 per cento nella settimana della sua inaugurazione al 24 per cento alla vigilia delle dimissioni. I candidati repubblicani ebbero vita durissima alle successive elezioni del 1974; i democratici ampliarono le loro maggioranze già esistenti in entrambe le Camere del Congresso, con un guadagno netto di 49 seggi alla Camera e quattro al Senato.
La situazione economica di Trump è l’opposto di quella di Nixon. Dalla sua inaugurazione, i prezzi del petrolio sono scesi del 17 per cento e le azioni sono salite del 15 per cento. L’inflazione non si è mossa molto rispetto a gennaio dell’anno scorso, nonostante le profezie di sventura al tempo degli annunci più roboanti di dazi da parte di Trump.
Il tasso di disoccupazione è al 4,4 per cento, in aumento solo leggero rispetto a gennaio dell’anno scorso. Eppure i suoi consiglieri sbagliano ad assumere che un’economia forte possa proteggere il presidente e il suo partito.
Considerando i dati macroeconomici, i sondaggi di Trump sono sorprendentemente cattivi. La sua approvazione netta è scesa del -12 per cento. Secondo Silver Bulletin, è in calo su tutte le questioni chiave: immigrazione (-10,8 per cento), economia (-17,9 per cento), inflazione (-27,1 per cento). Se fossi uno stratega repubblicano, quei numeri mi gelerebbero il sangue. E se il boom dell’intelligenza artificiale si arrestasse, o il mercato azionario “correggesse” per qualche altra ragione? Come reagirebbero gli elettori a un’economia davvero debole? Il problema va oltre la strana tendenza di Trump a imitare Nixon.
Il “prurito del sesto anno” è arrivato per quasi ogni presidente a due mandati, prima e dopo. La lezione è che un’economia forte è una condizione necessaria ma non sufficiente per evitare lo status di anatra zoppa.
Nel 1950, quinto anno della presidenza di Harry Truman, la sua agenda interna era in gran parte bloccata al Congresso. Come scrisse The Washington Post, “l’81º Congresso è stato un cimitero per le sue speranze”. Peggio ancora, la sua amministrazione fu colta di sorpresa quando, il 25 giugno, la North Korean People’s Army attraversò il 38º parallelo entrando in Corea del Sud, il che significò che gli Stati Uniti erano di nuovo in guerra a meno di cinque anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Anche se l’economia alla fine decollò grazie al riarmo, questo non aiutò i democratici alle elezioni di metà mandato. Il partito di Truman perse 28 seggi alla Camera e cinque al Senato. La sua approvazione precipitò dal 69 per cento del gennaio 1949 al 33 per cento del dicembre 1950.
Il successore repubblicano di Truman, Dwight Eisenhower, fu un altro presidente a due mandati. Anche lui sperimentò il “prurito del sesto anno”. Come nel caso di Truman, nel 1958 né la politica interna né quella estera andarono bene. L’economia era entrata in recessione nel terzo trimestre dell’anno precedente e non ne uscì fino all’aprile 1958. La disoccupazione aumentò di due punti e mezzo tra il Giorno dell’Inaugurazione del 1957 e l’Election Day del 1958. Pur non essendo particolarmente anziano per gli standard odierni (Ike compì 68 anni nel 1958) la sua salute era motivo di preoccupazione pubblica. Aveva avuto un infarto nel 1955 e un ictus nel novembre 1957. Scrivendo sul New York Times, James Reston colse “un senso di deriva… Il Presidente è visto come un uomo che regna più che governare”. Scossi l’anno prima dal successo dei sovietici nel lanciare Sputnik e certi (a torto) di essere inferiori negli arsenali missilistici, gli americani si convinsero che stavano perdendo la Guerra fredda.
“L’ottimismo del Presidente è fuori sintonia con le dure realtà”, lamentava il Washington Post nel gennaio 1958. L’avanzata della rivoluzione marxista di Fidel Castro a Cuba nel corso del 1958 aggiunse ulteriore ansia nazionale. Da un 73 per cento di approvazione nel gennaio 1957, Eisenhower scese a appena il 48 per cento a fine marzo 1958, il punto più basso della sua fortuna politica. Quel novembre, i repubblicani persero 48 seggi alla Camera e 13 al Senato.
La nostalgia per Ronald Reagan ha cancellato dalla memoria collettiva i cupi eventi del 1986. Ma neppure Reagan fu immune dal “prurito del sesto anno”. La cosa è ancora più sorprendente se si considera quanto fosse forte l’economia americana a metà anni Ottanta. Tra gennaio 1985 e novembre 1986, il prezzo del petrolio scese di un terzo e l’S&P 500 salì del 41 per cento. I tassi d’interesse a lungo termine scesero di quattro punti percentuali. L’inflazione scese sotto il 2 per cento per la prima volta in 20 anni; anche la disoccupazione stava calando. Eppure il partito di Reagan perse cinque seggi alla Camera alle elezioni di metà mandato.
Peggio, i democratici ripresero il controllo del Senato vincendo otto seggi. Il disastro per Reagan arrivò proprio alla fine del 1986, subito dopo le elezioni di metà mandato, quando emerse che gli Stati Uniti avevano segretamente venduto armi all’Iran per ottenere la liberazione di ostaggi americani in Libano, e che il colonnello Oliver North stava incanalando i proventi verso i ribelli anticomunisti in Nicaragua. Lo scandalo scosse la presidenza di Reagan e ne fece crollare la popolarità. Se fosse esploso qualche mese prima, il suo partito sarebbe certamente andato peggio alle midterm.
Vent’anni dopo, toccò a George W. Bush vivere un sesto anno disastroso. La risposta mal gestita della sua amministrazione all’uragano Katrina nel 2005, combinata con il deterioramento della situazione in Iraq, indusse persino commentatori conservatori come George Will a mettere in dubbio la competenza dell’amministrazione.
Bush era ancora sopra il 50 per cento di approvazione quando giurò per il secondo mandato; nel novembre 2006 era sceso al 33 per cento. I democratici guadagnarono 31 seggi alla Camera e sei al Senato alle midterm. La disillusione verso Bush fu tale che molti progressisti americani e osservatori stranieri tendevano a confondere l’elezione di Barack Obama nel 2008 con la Seconda Venuta di Gesù Cristo in terra. Eppure anche lui fu colpito dal “prurito del sesto anno” nel 2014. L’anno precedente era stato segnato da flop interni: il fallimento nel far passare un controllo sulle armi dopo la sparatoria nella scuola di Sandy Hook e il lancio mal gestito di Healthcare.gov (noto come Obamacare, la riforma sanitaria).
Sempre più spesso Obama ricorse a ordini esecutivi per aggirare un Congresso paralizzato. Le rivolte a Ferguson, dopo l’uccisione di Michael Brown, spezzarono la speranza che l’elezione di Obama fosse stata una vera svolta nelle relazioni razziali americane. Nel 2013-14 l’economia aveva chiaramente superato la sbornia post-2008. I prezzi del petrolio scesero del 20 per cento tra inaugurazione e midterm; il mercato azionario salì del 35 per cento. Il tasso di disoccupazione diminuì di oltre due punti percentuali. L’inflazione, all’inizio del 2015, era persino scesa brevemente sotto zero.
Ma ancora una volta l’economia non bastò ad aiutare il partito del presidente. Fu la politica estera di Obama a cominciare davvero a sfilacciarsi nel 2014. L’ascesa dell’Isis in Iraq e Siria, culminata nel massacro di Camp Speicher e nella caduta di Mosul, mise a nudo la debolezza della strategia mediorientale del presidente. Poi arrivò l’intervento russo in Ucraina, l’annessione della Crimea, le “repubbliche” separatiste di Donetsk e Luhansk e l’abbattimento del volo Malaysia Airlines Flight MH17. La risposta di Obama all’aggressione di Putin fu fiacca. L’approvazione del presidente rimase bloccata intorno al 40 per cento. Come prevedibile, i repubblicani festeggiarono una “ondata” alle elezioni di metà mandato, guadagnando 13 seggi alla Camera e nove al Senato.
Tutto questo significa che i repubblicani sono destinati al disastro a novembre e che Trump, da lì in poi, sarà un’anatra zoppa? Se la storia avesse cicli immutabili, la risposta sarebbe sì. Ma c’è un’eccezione sorprendente alla regola del “prurito del sesto anno”.
A prima vista, il 1998 fu l’annus horribilis di Bill Clinton. La sua deposizione nello scandalo Paula Jones a gennaio fu un disastro. Le sue smentite, poi le correzioni e bugie, sulla relazione con Monica Lewinsky divennero una barzelletta nazionale. “Non ho avuto rapporti sessuali con quella donna”, insistette. Eppure c’era quel vestito macchiato. Molti commentatori rispettati pensarono che Clinton fosse finito. Su ABC, Sam Donaldson dichiarò: “Se non sta dicendo la verità e le prove lo dimostrano, si dimetterà, forse già questa settimana.” George Will proclamò la presidenza Clinton “morta, anzi più che morta, come quella di Woodrow Wilson dopo l’ictus.”
Eppure Clinton riuscì a sfuggire al destino di Nixon. Tenne un forte discorso sullo Stato dell’Unione (“Save Social Security First”, uno slogan popolare). Sua moglie, furiosa, dirottò la rabbia contro la “vasta cospirazione di destra che complotta contro mio marito dal giorno in cui annunciò la candidatura”. Hillary Clinton e gli amici più stretti fecero quadrato attorno a lui. Il presidente fece un tour in Africa. A giugno compì il suo primo viaggio in Cina. Gestì Saddam Hussein e gli attacchi terroristici contro basi statunitensi in Kenya e Tanzania, decidendo in entrambi i casi di rispondere con attacchi missilistici.
Spinse Benjamin Netanyahu, Yasser Arafat e King Hussein un passo più vicini alla pace in Medio Oriente. Alla fine, Paula Jones ottenne un risarcimento in denaro, Lewinsky un contratto per un libro e Clinton tenne la presidenza. Incredibilmente, il suo indice di gradimento era più alto alla fine del 1998 (73 per cento) di quanto fosse stato all’Inauguration Day (62 per cento).
Invece di guadagnare dozzine di seggi alla Camera, come Gingrich si aspettava, i repubblicani ne persero cinque. Il petrolio era sceso del 43 per cento dal gennaio 1997 al novembre 1998. Le azioni erano salite della stessa percentuale. I tassi d’interesse scesero, e scesero anche inflazione e disoccupazione. Come sosteneva Mary McGrory, “è il Dow Jones, non Paula Jones, a determinare la sua posizione.” Con l’imperturbabile Bob Rubin al Tesoro, nemmeno gli scossoni finanziari di una crisi asiatica, un default russo e il fallimento di Long-Term Capital Management riuscirono a intaccare il rialzo che garantì la sopravvivenza di Clinton.
Eppure, come abbiamo visto, un’economia forte era una condizione necessaria ma non sufficiente per la rimonta democratica. La variabile decisiva fu che i repubblicani alla Camera si erano spinti troppo in là con il loro tentativo di mettere sotto accusa Clinton. Come ammise Gingrich: “Ho sottovalutato quanto le persone si sarebbero stancate dei talkshow in televisione e quanto questo scandalo sarebbe diventato disgustoso per la mera ripetizione.”
No, non esistono davvero cicli nella storia, perché perfino la regola del “prurito del sesto anno” ha un’eccezione. E il modo in cui Clinton riuscì a tirarsi fuori dalle fauci della catastrofe 28 anni fa pone una domanda molto interessante. Può Trump, nonostante le sue tendenze nixoniane, sopravvivere al 2026 nello stesso modo in cui Clinton sopravvisse al 1998? Certo, ha l’economia dalla sua parte. Ma, come scoprirono Reagan e Obama, non basta per vincere le midterm. E questo ci riporta alla questione degli scandali e a come sopravvivere ad essi.
Sul piano personale il Donald ha molto più in comune con Clinton che con Nixon: basti pensare alla comune amicizia con Jeffrey Epstein. È possibile che più i critici di Trump si concentrano sullo scandalo Epstein, più aumentano le possibilità del presidente di compiere la propria versione della grande fuga di Clinton. Proprio come con Clinton, il pubblico non ha illusioni sulla moralità di Trump. Proprio come con Clinton, gli elettori colgono una vena di estremismo nel partito di opposizione. I democratici sembrano meno interessati alla relazione Trump-Epstein di quanto lo siano molti sostenitori Maga del presidente stesso. Se ci sarà un terzo tentativo di impeachment, è più probabile che ruoti attorno ad accuse di corruzione e conflitti di interesse.
La lezione della storia è che il “prurito del sesto anno” si applica la maggior parte delle volte, ma non sempre. Nel secondo mandato, secondo anno, i presidenti di solito perdono popolarità e i loro partiti perdono seggi in una o in entrambe le Camere del Congresso.
La grande eccezione è Clinton, che uscì da un pantano di scandali sessuali grazie a una combinazione di spudoratezza, buoni dati economici e un errore di calcolo repubblicano. Trump ha le prime due. Ma potrà ripetere l’impresa di Clinton solo se i suoi avversari politici si spingeranno troppo oltre, come fece il GOP di Gingrich».
7 febbraio 2026, 11:14 – modifica il 7 febbraio 2026 | 12:57
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