VENEZIA – Era già malato Man Ray, ma seguì direttamente tutta la preparazione della mostra. È il 1976 quando la Biennale Arte, allora diretta da Vittorio Gregotti, decide di dedicare un’intera esposizione al grande fotografo americano, di origine russe, il cui vero nome era Emmanuel Radnitzky (1890-1976). Quella data è rimasta scolpita nella memoria di molti appassionati veneziani ed ora, proprio a 50 anni dall’evento, la Biennale ha deciso di riproporre le 160 immagini che il fotografo, poco prima di morire, decise di donare alla fondazione lagunare come gesto di vero affetto e di profonda sintonia culturale. Ieri mattina negli spazi del Portego, vero cuore di Ca’ Giustinian, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha inaugurato la mostra “Man Ray, l’immagine ritrovata” che ripropone il percorso della celebre “Man Ray, testimonianza attraverso la fotografia”, che in quella occasione era stato ospitato all’isola di San Giorgio Maggiore a cura di Janus. Giornalista e critico d’arte, Janus, seguì personalmente il progetto, organizzando mostre in Italia e all’estero (da Torino a New York, da Stoccarda a Milano) mantenendo con l’artista un dialogo costante anche quando Man Ray era impossibilitato a viaggiare tra le varie città.

Un lasciato, quello del fotografo, particolarmente importante e che negli anni è diventato uno dei fondi più richiesti dell’Archivio Storico. In questo caso il percorso proposto si arricchisce di una selezione di materiali conservati presso l’Archivio, tra cui fotografie, documenti e materiali di lavoro di Man Ray che testimonia anche il suo peso all’interno del Dadaismo e del Surrealismo. A questo va aggiunto l’arrivo di un workshop nel corso del quale sarà presentata la riproduzione anastatica del catalogo storico arricchita da nuovi testi, interventi e apparati iconografici. Da non perdere lo scatto che riproduce la sua macchina fotografica. Insomma, una preziosa occasione per una rilettura contemporanea ed efficace del contributo fornito da Man Ray alla storia della fotografia.

PROTAGONISTA

«Man Ray – spiega infatti la Biennale – fu fra i primi a teorizzare un nuovo linguaggio della fotografia e del cinema, ponendoli come strumenti del fare artistico. La sua carriera, sempre contraddistinta da sperimentazione e versatilità, lo consacrò come una figura protagonista della stagione artistica della prima metà del Novecento, oltre che come rappresentante del movimento dada americano e surrealista».

E qui si inserisce il messaggio più profondo dell’iniziativa, che punta ad avvicinare chi nel 1976 non era ancora nato a un universo in bianco e nero che ha avuto in Ray uno dei principali innovatori. La mostra ripercorre così i celebri primi piani di personaggi celebri (da Pablo Picasso ad Arnold Shoenberg fino a James Joyce), le osservazioni sulla natura, per non parlare dei ritratti dei corpi femminili o delle sperimentazioni tra luce e varie esposizioni. Immagini iconiche come lo zoom sull’imperdibile occhio o altre visioni suggestive.

STUDENTI

«La mostra del 1976 che riproponiamo al Portego – ha spiegato ieri mattina Debora Rossi, responsabile dell’Archivio Storico della Biennale davanti ad una nutrita rappresentanza di studenti – si caratterizza per 160 scatti relativi ad un periodo che va dal 1917 fino al 1973. Man Ray, ammalato nella sua casa di Parigi, volle comunque in tutti i modi seguire questo itinerario che si stava componendo e che poi sarebbe stato presentato a San Giorgio. Tra le opere spicca anche la nota Via Lattea che propone uno sguardo verso le stelle. Ci teneva molto alla Biennale perchè era sempre interessato a “ricercare”». Nel corso della presentazione dell’allestimento è stato anche ricordato che la nuova sede dell’Archivio, attualmente in fase di realizzazione all’Arsenale, sarà programma nel giugno di quest’anno.

GLI OCCHI

«La mostra nasce dal lavoro di questo opificio continuo che è l’Archivio Storico – ha esordito soddisfatto il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco – La fotografia va letta con gli occhi, per capire quello che un grande artista come Man Ray produceva all’interno della sua camera oscura. Ci ritroviamo di fronte a un maestro che applica il senso preciso dell’estetica utilizzando una tecnologia intrisa di pensiero: la fotografia. Ecco perchè, grazie a queste straordinarie immagini, ritengo che il mondo sarà salvato proprio dal lavoro dei fotografi».

Buttafuoco ha poi sottolineato l’importanza delle fotografie femminili che dominano l’itinerario come quelle che hanno avuto come soggetto Maria Sofia, la sorella dell’imperatrice Sissi. Con l’obiettivo sempre capace non solo di ritrarre ed elaborare parti del corpo, ma anche di dar vita a quelli che possiamo identificare come i primi fotomontaggi di un certo spessore. «Spesso queste immagini – ha concluso il presidente Buttafuoco – sono in grado di superare la realtà. E tanti di questi scatti, ad esempio, hanno da sempre scavato nella nostra immaginazione».

LA TECNICA

Decisivo, per il percorso artistico del fotografo statunitense, è stato il trasferimento a Parigi che risale al 1921. Qui inizia a dedicarsi principalmente alla fotografia, sviluppando le celebri rayographs, immagini ottenute senza macchina fotografica posando oggetti direttamente sulla carta fotosensibile. Rimase nello stimolante, e come al solito caotico, ambiente francese fino al 1940, esponendo così sia in Europa sia negli Stati Uniti. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si trasferisce a Los Angeles, per poi tornare a Parigi nel 1951, dove rimane definitivamente fino alla scomparsa. Ed da ieri il suo lavoro riprende un cammino caratterizzato da emozioni, ombre e imprevedibili creazioni cromatiche che era stato avviato proprio 50 anni fa.