di
Elisabetta Andreis

Sono fuggiti a piedi dall’Afghanistan nel 2021 insieme a genitori e fratelli, ma passando il confine con la Turchia la famiglia si è trovata divisa. I posti del sisrtema accoglienza e integrazione a Milano sono 450, i minori non accompagnati sono 1420

Quattro anni di viaggio. A piedi di notte, nascosti sui camion o su una barca carica di corpi e paura. Quando arrivano a Milano è novembre. Lei ha appena compiuto 18 anni. Il fratellino non ne ha ancora sei. Li chiameremo Zahra e Ali. Da allora vivono a Casa Jannacci, in viale Ortles. Un rifugio per senzatetto che ospita anche nuclei familiari fragili e una ventina di minori stranieri non accompagnati in prima accoglienza. Un posto pensato per passaggi brevi. Loro sono lì da quasi tre mesi.
Il 5 dicembre il Tribunale per i Minorenni nomina un tutore legale, affida Ali ai servizi sociali e dispone il trasferimento immediato in una comunità idonea, con una prescrizione chiara: i due fratelli non devono essere separati, per nessun motivo. Il provvedimento resta però sulla carta. Nessun posto disponibile. Nessuna comunità pronta ad accoglierli. «Gli standard regionali parlano di mamma e figlio», spiegano da Palazzo Marino. Le strutture sono piene, il caso resta sospeso.

I numeri raccontano la pressione: a Milano i minori stranieri non accompagnati sono 1.420, i posti «Sai» (sistema di accoglienza e integrazione), finanziati dal Ministero dell’Interno, soltanto 450. Gli altri ragazzini sono distribuiti tra comunità, alloggi in autonomia e una ventina di posti di emergenza a Casa Jannacci. «Nel 2021 i posti emergenziali erano circa 150, oggi sono 20 e la permanenza media dei minori stranieri non accompagnati è scesa a cinque giorni, questo è un caso ibrido», spiegano da Palazzo Marino. Per Zahra e Ali il tempo si è fermato.
Sono partiti dall’Afghanistan nell’estate 2021, dopo il ritorno dei talebani e la caduta di Kabul. Con i genitori, due fratelli più grandi e altre famiglie. A piedi arrivano in Iran. Mesi di strada. Poi davanti a loro ecco il confine con la Turchia. Di notte, provano ad attraversarlo. La polizia spara. La folla si disperde. «Ho preso Ali per mano e abbiamo cominciato a correre. Quando ci siamo accorti che la nostra famiglia era rimasta dall’altra parte abbiamo pianto».



















































Restano un anno in un campo profughi. Poi raggiungono la Grecia su una barca di trafficanti. Vivono la paura di affondare. Ma sbarcano. Ottengono la protezione, non la scuola. «Vivevamo grazie ai soldi che ci mandavano i nostri genitori dall’Iran. Abbiamo deciso di continuare» racconta lei. Sempre mano nella mano. Dall’Albania alla Croazia. Sempre di notte. «Ali aveva paura e chiedeva della mamma», racconta Zahra, la voce che si spezza.
In Austria salgono su un tir. Nascosti tra le casse. «Senza respirare».

A Milano non conoscono nessuno. Tecnicamente, sono «dublinanti» (richiedenti asilo che, dopo essere giunti nell’Ue attraverso l’Italia, vorrebbero proseguire verso altri Stati ma, in base agli accordi di Dublino, vengono rimandati indietro ndr). Lei cerca «polizia» su Google Maps. Li accolgono: una doccia, un letto «in una specie di albergo: non dormivamo così bene da tanto tempo». Poi via Antonini, dove vengono accolti i minori, il colloquio con l’assistente sociale e infine viale Ortles. «È il posto dove possiamo vivere una vita normale, ma pensano che io sia adulta», sospira Zahra, con il suo traduttore istantaneo. Stanno in mezzo a famiglie che li proteggono ma «gli altri bambini prendono in giro Ali, gli dicono che la mamma lo ha abbandonato. Io lo tengo sempre per mano». La mattina Zahra lo accompagna alla materna, poi studia italiano. Qualche ora con i volontari al centro e soprattutto da sola, con le app. Ha fatto amicizia con don Paolo, si fa benvolere. Ma aspetta che qualcuno accolga lei e il suo fratellino. «Il mio sogno è diventare pilota e tornare avanti e indietro dal mio Paese con lui». La giovinezza che vede futuro anche dove ancora non c’è.


Vai a tutte le notizie di Milano

Iscriviti alla newsletter di Corriere Milano

7 febbraio 2026