C’è un momento, nei depositi dei musei, in cui il tempo sembra rallentare. Scaffali ordinati, casse silenziose, numeri d’inventario che attendono uno sguardo nuovo. È lì che talvolta riaffiorano oggetti capaci di riaccendere una storia antica, come se non fosse mai stata davvero conclusa. Ad Altino, in una luce controllata e discreta, un piccolo manufatto vitreo ha ripreso a parlare. E’ una coppa murrina in vetro millefiori.
Altino si trova oggi a Quarto d’Altino, nel Veneto orientale, a circa 25 chilometri da Venezia in linea d’aria, lungo l’antico sistema lagunare che collegava l’entroterra alla costa adriatica. Nacque come insediamento dei Veneti antichi, in posizione strategica fra terraferma e laguna, lungo un sistema di canali naturali che consentivano di raggiungere agevolmente l’Adriatico. Già in età preromana era un centro attivo nei traffici di ambra, metalli e prodotti agricoli; con la conquista romana entrò stabilmente nell’orbita di Roma e conobbe una crescita rapida e ordinata. Divenuta municipium nel I secolo a.C., Altinum fu integrata nella grande rete infrastrutturale dell’Italia settentrionale grazie alla via Annia, che la collegava ad Adria e ad Aquileia, e a un articolato sistema portuale interno. La città si dotò di foro, basilica, templi, quartieri residenziali di alto livello e necropoli monumentali lungo le strade d’uscita. La ricchezza derivava dal controllo dei commerci lagunari e dal ruolo di snodo tra Mediterraneo e mondo danubiano, facendo di Altino uno dei centri più floridi dell’alto Adriatico romano.
Il reperto ora “riscoperto” nei depositi del museo proviene proprio, originariamente, da uno dei punti più sensibili della città antica: la porta-approdo, zona di transito, di scambio, di rappresentazione. Era un varco monumentale affacciato sull’acqua, dotato di banchine, pontili e strutture di controllo. Qui merci, persone e idee transitavano quotidianamente, segnando il punto di contatto tra la città costruita e il mondo fluido della laguna. Quando le vie d’acqua cambiarono e la città perse il controllo di questo snodo, Altino smarrì progressivamente la propria funzione vitale, lasciando che il silenzio delle paludi prendesse il posto del traffico e della vita urbana.
La coppetta fu rinvenuta nel 1972, durante gli scavi diretti da Michele Tombolani, in diciannove frammenti, successivamente ricomposti grazie a un accurato restauro. Le integrazioni, riconoscibili per il colore giallo, consentono oggi di leggere la forma originaria senza occultare la storia materiale dell’oggetto. La datazione al I secolo d.C. colloca il manufatto in una fase di piena maturità tecnica e stilistica della produzione vitrea romana.
Ma che cos’è, esattamente, una murrina? Il termine moderno deriva da murrha, parola latina usata in antico per indicare oggetti preziosi e talvolta ambigui, a metà fra pietra e vetro. Nel caso del vetro romano, la murrina – o vetro-mosaico – è una tecnica complessa che prevede la realizzazione di canne policrome ottenute fondendo insieme vetri di colori diversi. Queste canne vengono poi tagliate in sezioni, disposte secondo un disegno prestabilito. Il tutto viene nuovamente portato ad alte temperature per ottenere una parziale fusione della texture, fino a creare superfici decorate da motivi floreali, geometrici o astratti. Il cosiddetto millefiori nasce proprio da questa ripetizione modulare di sezioni colorate, che evocano campi di fiori stilizzati.

La tecnica ha origini antiche, probabilmente nel Vicino Oriente, già in età achemenide ed ellenistica, ma trova nel mondo greco e soprattutto romano una fase di perfezionamento straordinaria. Roma non inventa il vetro, ma lo trasforma in un linguaggio universale, accessibile, replicabile, pur mantenendo produzioni di altissimo livello destinate a committenze raffinate. Le coppe murrine, in particolare, erano oggetti di lusso, spesso associati al banchetto, alla convivialità, alla messa in scena del gusto.
Ma come cadde, la coppetta, in quel punto? Si può ipotizzare, considerato il fatto che sono stati trovati tanti frammenti, che il contenitore si sia rotto durante le operazioni di carico o scarico di una barca, e poi gettato poi in acqua per eliminare il pericolo di un oggetto tagliente? Oppure essa fu usata per un rituale e distrutta alla fine di esso?
Altino, per posizione e status, non era estranea al circuito del lusso. Anzi. Le vetrerie romane dell’area altoadriatica costituiscono un capitolo affascinante della storia produttiva antica. Aquileia, poco più a nord-est, era uno dei principali centri di lavorazione e smistamento del vetro dell’Impero. Padova e Concordia Sagittaria mostrano evidenze di officine e di consumi elevati. Nella stessa laguna veneta, sebbene la documentazione archeologica diretta sia più frammentaria, è sempre più chiaro che esistessero luoghi di lavorazione e rifusione del vetro, legati alla facilità di approvvigionamento di sabbie silicee, combustibile e vie d’acqua.
La presenza di una coppa murrina presso la porta-approdo suggerisce non solo ricchezza, ma anche circolazione di oggetti e di idee, una familiarità con le mode artistiche più aggiornate del tempo. Venezia, che sorgerà secoli dopo su isole e barene, erediterà e rielaborerà questa vocazione vitrea, fino a farne uno dei propri tratti identitari più celebri. In controluce, la murrina romana di Altino appare come un remoto antecedente di Murano.
Da queste ore, la coppetta è temporaneamente visibile nella vetrina al piano terra del Museo archeologico nazionale di Altino, accanto all’ingresso. Non è un’esposizione spettacolare, né gridata. È piuttosto un invito a riflettere sul valore dei depositi museali come luoghi di ricerca continua, dove il passato non è mai definitivamente archiviato. Ogni reperto, anche il più piccolo, conserva la capacità di riattivare una trama fatta di tecnica, commercio, gusto e società. In questo senso, la murrina di Altino non è solo un oggetto prezioso: è una soglia, come quella accanto alla quale fu deposta duemila anni fa, fra terra e acqua, fra Oriente e Occidente, fra memoria e riscoperta.



