Firenze, 7 febbraio 2026 – Careggi entra nella rete europea dell’eccellenza oncologica per il tumore ovarico. L’azienda ospedaliero universitaria fiorentina ha ottenuto dalla Società europea di ginecologia oncologica (Esgo) l’accreditamento come centro di riferimento per la chirurgia del tumore ovarico avanzato, un riconoscimento valido per i prossimi cinque anni e basato su criteri clinici e organizzativi molto stringenti.

L’ospedale di Careggi. Un’eccellenza per il tumore ovarico

Careggi entra nella rete europea dell’eccellenza oncologica per il tumore ovarico. L’azienda ospedaliero universitaria fiorentina ha ottenuto dalla Società europea…

Non è solo un marchio di qualità. La letteratura scientifica mostra che, per tumori complessi come quello ovarico, essere curati in centri ad alto volume fa la differenza in termini di risultati e sopravvivenza. Careggi è oggi uno dei dieci centri Esgo in Italia e l’unico in Toscana, grazie a un lavoro di squadra multidisciplinare che unisce competenze chirurgiche e oncologiche, con l’obiettivo di personalizzare le cure e tutelare, insieme all’efficacia terapeutica, la qualità di vita delle pazienti.

L’ospedale di Careggi. Un’eccellenza per il tumore ovarico

Ne abbiamo parlato con Massimiliano Fambrini, alla guida della Ginecologia chirurgica oncologica di Careggi.

Professore, perché è così importante curarsi in un centro certificato Esgo?

“Perché nel tumore ovarico avanzato la prognosi dipende soprattutto dalla qualità della chirurgia. L’obiettivo è rimuovere il tumore visibile, arrivando al cosiddetto residuo macroscopico zero. Questo richiede interventi complessi su più organi e può essere garantito solo da centri ad alto volume, con équipe multidisciplinari dedicate. I dati mostrano che più casi tratta un centro, migliori sono i risultati. La certificazione Esgo serve a certificare proprio questi standard”.

Esiste ancora migrazione sanitaria per il tumore ovarico?

“Sì, e spesso è necessaria. In Italia i centri Esgo sono dieci, in cinque regioni. In Toscana Careggi è l’unico. Considerando che le diagnosi avanzate sono relativamente poche, la centralizzazione delle cure è sostenibile ed è fondamentale per non compromettere le possibilità di sopravvivenza”.

Quanto è cambiata la chirurgia oncologica ginecologica negli ultimi anni?

“La chirurgia mini-invasiva è oggi lo standard per altri tumori ginecologici, come quello dell’endometrio. Nel tumore ovarico avanzato, invece, gli interventi più estesi devono ancora essere eseguiti in modo tradizionale per garantire l’asportazione completa della malattia”.

Molto importante anche la qualità della vita e la maternità.

“Le donne non chiedono solo di sopravvivere, ma di continuare a vivere. Per questo la presa in carico è multidisciplinare e include anche il supporto psicologico, che migliora la qualità di vita e l’aderenza alle cure. Quando è possibile, la salvaguardia della fertilità attraverso il congelamento degli ovociti offre una prospettiva futura concreta e aiuta molte pazienti ad affrontare le cure con maggiore forza”.

C’è spazio per la prevenzione e per la diagnosi precoce?

“Purtroppo non esiste ancora uno screening efficace. Circa il 20–25 per cento dei tumori ovarici è legato a mutazioni genetiche, in particolare dei geni BRCA. Identificarle permette di intervenire sulle donne sane ad alto rischio con sorveglianza mirata o chirurgia preventiva, riducendo drasticamente la probabilità di ammalarsi”.

Oggi una donna affronta questo percorso con meno timori rispetto al passato?

“Negli ultimi 10–15 anni i progressi nella genetica e nei nuovi farmaci hanno cambiato lo scenario. Il tumore ovarico resta una sfida complessa, ma oggi le possibilità di cura sono nettamente superiori rispetto a pochi anni fa”.