di
Walter Riolfi
I report con analisi pessimiste su Wall Street si sono moltiplicati dopo le ultime uscite di Donald Trump. Alla prova dei fatti, però, sono stati i listini del Vecchio Continente a pagare lo scotto della volatilità
«Sell America», vendi l’America, suggeriva un articolo di Reuters di fine gennaio. C’era della logica: perché, dopo i nuovi dazi minacciati da Donald Trump ai paesi europei che avevano inviato soldati in Groenlandia, le condizioni potevano somigliare parecchio a quelle del «Giorno della Liberazione», nell’aprile 2025. E, invece, le Borse europee hanno perso ben più di Wall Street, segno che la Borsa americana tende a vedere del buono nella politica economica e neocoloniale del suo presidente. O, forse, semplicemente perché a sostenere l’indice S&P 500 sono stati gli acquisti dei piccoli investitori, i quali poco si curano dei rischi della nuova «dottrina Donroe». Infatti il loro ottimismo sulla borsa, come lo misura l’indice «AAII», e volato ai massimi degli ultimi quattro anni.
L’ottimismo prevale sul pessimismo
Se si crede che l’indice Vix misuri davvero la paura degli investitori, si direbbe che nessuno si sia spaventato: l’indice è salito a 20, sei punti meno del picco dell’ottobre scorso, quando non era successo proprio nulla. Il nuovo ordine mondiale disegnato da Trump, con il corollario di incentivi, tagli fiscali e (forse) politiche monetarie ultra espansive ad uso interno, piace a Wall Street e l’ottimismo è alle stelle anche tra i grandi investitori.
Il sentiment
Nel sondaggio BofA di gennaio, una «larga maggioranza» di costoro ha deciso di non proteggersi da una eventuale caduta del mercato nei prossimi tre mesi, mostrando un’esuberanza che non si vedeva da luglio 2021. Ma sul mercato obbligazionario, poco frequentato dalla clientela retail e dominato da investitori con orizzonti temporali ben più lunghi, le vendite si son viste e il rendimento del Treasury decennale è salito di ben 18 punti, al 4,3%, il massimo da agosto, mentre sul Bund o il Btp la pressione è stata minima.
La debolezza del dollaro
E il «Sell America» è apparso evidente sulle valute, con il dollaro indebolitosi sull’euro e soprattutto sul franco svizzero, considerato una sorta di bene rifugio: alla pari dell’oro o dell’argento, volati del 6-8% in sole tre sedute, e questa volta, pare, più per protezione che per speculazione. L’ipotesi che si prospetti un disastro geopolitico e, di conseguenza, economico non è contemplato dalle Borse, sostiene il Wall Street Journal: un po’ perché parte degli investitori s’è assuefatta a Trump, una parte perché crede che le sue minacce siano prettamente verbali, altri perché convinti che la Corte suprema boccerà le sue velleità di espansione mondiale, così come le tariffe generalizzate, e, infine, perché si conta sulla defezione di alcuni parlamentari repubblicani per vanificare le pretese della Casa Bianca di assoggettare la Fed. Paradossalmente, trumpisti e antitrumpisti si trovano d’accordo sulla Borsa che deve salire in virtù di utili in forte crescita, di un’economia al galoppo, di sussidi e incentivi fiscali, e, infine, di tassi d’interesse in calo.
Il bivio Usa
L’ipotesi che questo cocktail crei inflazione e che deficit e debito pubblico possano esplodere non è contemplata. Siccome è «arduo immaginare un nuovo ordine mondiale, è anche plausibile che gli investitori trovino difficile dare un prezzo a una prospettiva che ignorano del tutto», commenta il WSJ con un pizzico di sarcasmo. Del resto, dice, è stato così alla vigilia della prima guerra mondiale e pure della seconda.
Più cupa e inquietante è l’analisi di UniCredit, già nel titolo: «L’ascesa del predatorio impero d’America». «L’era della benevola egemonia americana è finita», scrive Edoardo Campanella. Non c’è ideologia, ma puro mercantilismo che mira a «estrarre vantaggi economici e strategici da nazioni scelte in base alla prossimità geografica, alla loro influenza geopolitica o all’abbondanza di risorse naturali». Non si tratta di ridisegnare sfere d’influenza mondiali, perché la principale ragione di questa «predatoria forma di potere» è «sopprimere l’ascesa della Cina», anche a costo di suscitare pericolose tensioni.
Deregulation
Non esistono più regole internazionali, ma solo interessi nazionali, ossia opportunità d’affari per l’America e le sue imprese. In questo contesto «l’Europa rischia di trovarsi schiacciata»: specie «erbivora in un mondo sempre più dominato da carnivori». Cosa dovrebbe fare? Al riguardo non dice nulla l’economista di UniCredit se non che il contesto diventa sempre più difficile da predire e che, a lungo andare, le politiche di Trump finiranno per indebolire il dollaro. Del resto, cosa possono fare i paesi europei per contrastare i voleri di Trump? Deutsche Bank suggerisce che 8 mila miliardi di dollari, tra bond e azioni, nei portafogli degli investitori del Vecchio continente possono condizionare i rendimenti dei Treasury americani e l’inflazione. Ma è difficile immaginare che i nostri investitori, specie privati, decidano di vendere come ritorsione ai dazi, con conseguenti minusvalenze. Il Financial Times calcola in circa 3 mila miliardi l’importo di Treasury posseduti da investitori europei, ben più di quelli detenuti dalla Cina. La sola minaccia di venderne una parte o di non acquistarne altri sarebbe sufficiente a far salire i rendimenti dei Treasury, aggravando gli oneri finanziari e aumentando il deficit federale che, già al 7% del pil, appare fuori controllo. Lo stesso Trump ha dichiarato che un punto percentuale di tassi equivale a 360 miliardi di oneri ogni anno. Per ora si può sperare che Congresso e Corte suprema americana possano arginare le follie di Trump, ma senza rassegnarsi al suo bullismo. A Davos, le accorate parole del premier canadese Mark Carney sono suonate come monito. Parafrasando Tucidide, ha ricordato: sembra «che l’ordine basato su regole stia svanendo. Che i forti possano fare ciò che possono, e i deboli debbano subire ciò che devono».
8 febbraio 2026
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