Milano, 8 febbraio 2026 – L’allarme è scattato qualche minuto dopo le 23 di sabato 7 febbraio, quando un residente ha chiamato il 112 per segnalare che due ragazzi stavano spingendo una moto in via Elba, a due passi da piazza Piemonte. La chiamata ha innescato l’intervento di due agenti della Volante Bonola dell’Upg, che hanno intercettato i due in via Pirandello, nel frattempo raggiunti da altri due complici di 21 e 22 anni: si stavano preparando ad accendere la Yamaha Teneree da 15mila euro appena rubata in via Marenco, dove era stata parcheggiata dal figlio della proprietaria. Così è finito in manette Fares Bouzidi, 23 anni da compiere tra un paio di settimane.

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Un frame dell’inseguimento tratto da un video girato dalle telecamere di sorveglianza: gli attimi prima dello schianto

La tragedia di Ramy

È lo stesso Fares Bouzidi che la notte del 24 ottobre 2024 era alla guida del TMax sul quale viaggiava come passeggero Ramy Elgaml, che morì nello schianto della moto all’incrocio tra via Quaranta e via Ripamonti al termine di una fuga di 8 chilometri dalle gazzelle dei carabinieri del Radiomobile. Ferito a sua volta nell’impatto col marciapiedi, Bouzidi fu arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi. Inoltre è stato indagato per omicidio stradale in concorso con il carabiniere al volante dell’ultima macchina inseguitrice.

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Arrestato anche un italiano di 19 anni, poi la direttissima

Con Bouzidi è stato arrestato anche Ernesto F., italiano di 19 anni (mentre gli altri due sono stati indagati a piede libero). Entrambi sono stati portati in camera di sicurezza, su disposizione del pm di turno, in vista della direttissima in programma alle 9.30 di lunedì 9 febbraio in Tribunale. Sottoposto a perquisizione, il ventitreenne tunisino aveva in tasca uno spray al peperoncino e le chiavi della macchina, intestata a una parente, che avrebbe utilizzato per raggiungere con i tre complici il luogo del furto.

L’inchiesta sulla morte di Ramy, le accuse a Fares Bouzidi

Nell’avviso di chiusura delle indagini, nel dicembre scorso, i pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano hanno confermato l’accusa di omicidio stradale sia per Fares Bouzidi sia per il carabiniere che era al volante della “Giulietta” coinvolta nell’urto fatale. Nel documento risultano indagati anche altri 6 carabinieri accusati, a vario titolo, di favoreggiamento e depistaggio, false informazioni ai pm e falso ideologico.

Bouzidi, secondo i pm, avrebbe “determinato” l’inseguimento decidendo di ignorare l’alt dei carabinieri. Si è dato alla fuga sullo scooterone, con Ramy alle sue spalle, nonostante non avesse “conseguito la patente”: una corsa spericolata tra strade percorse ad alta velocità e tratti in contromano. Non solo: i pm contestano a Bouzidi di aver “provocato” l’impatto finale con la pattuglia con una “repentina e improvvisa manovra a destra” dopo aver impostato la svolta a sinistra.

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La chiusura indagini sui carabinieri

Al carabiniere che era al volante della “Giulietta” i pm addebitano la stessa accusa in concorso: la “distanza estremamente ravvicinata” rispetto al motorino (appena 80 centimetri) e la guida a forte velocità sono state considerate dai magistrati “inidonee a prevenire eventuali collisioni”. Il militare dell’Arma è anche accusato di aver causato lesioni a Bouzidi (che riportò una prognosi di 40 giorni dopo l’incidente). Ci sono poi i carabinieri accusati di depistaggio e favoreggiamento: avrebbero costretto un testimone oculare a cancellare il video dello schianto e chiesto a un’altra persona di cancellare 9 file dal telefonino. A quattro militari viene contestato anche il falso ideologico sul verbale d’arresto di Bouzidi per resistenza.

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