La batterista Heavy Metal, colei che ammira la Lady di Ferro Margaret Thatcher, ha scommesso e ha vinto. Il nazionalismo della «Meloni asiatica» piace ai giovani. La premier giapponese Sanae Takaichi ha deciso di sfruttare la sua personale «luna di miele» con l’opinione pubblica, di capitalizzare la sua elevata popolarità di inizio mandato, per sciogliere il Parlamento e andare alle elezioni anticipate. Calcolo azzeccato, la vittoria è arrivata puntuale. Le prime analisi del voto dicono che una componente decisiva del suo successo sono le nuove generazioni.
Tra i giovani Takaichi piace di sicuro per il messaggio femminista che la sua ascesa al potere trasmette. Prima donna alla guida di un governo, anche nella sua biografia familiare lei è l’indicatore di una società in evoluzione, dove vacilla il maschilismo di una volta. Da ragazza di provincia dovette vincere le resistenze dei suoi genitori che non volevano neppure mandarla all’università. Da adulta si è sposata due volte con lo stesso uomo, ma alla seconda ha voluto che fosse il marito a prendere il suo cognome. Nella gara per la leadership del partito di maggioranza ha sconfitto un rampollo di una dinastia politica, figlio dell’ex premier Koizumi. Anche questo piace: è una outsider di umili origini che si è fatta strada in un ceto politico dove i cognomi illustri hanno dominato per generazioni.
La si può quindi definire un personaggio «progressista» dal punto di vista dei nuovi valori sociali che incarna. Ma le sue politiche hanno un’impronta conservatrice e nazionalista che ricorda il suo maestro: Shinzo Abe, assassinato dopo essersi ritirato dalla vita politica, il leader asiatico che aveva costruito un rapporto personale di amicizia con Donald Trump al suo primo mandato.
Sul piano interno uno degli ingredienti del successo di Takaichi è il no all’immigrazione. Il Giappone è stata la prima nazione al mondo che ha vissuto l’invecchiamento demografico: crollo della natalità, allungamento della longevità, decrescita della popolazione e della forza lavoro. Il Sol Levante – come peraltro i suoi vicini che lo hanno seguito su quella strada, prima la Corea del Sud e poi la Cina – non ha mai abbracciato il teorema per cui la soluzione obbligata ai problemi demografici è l’immigrazione. Ne ha pochissima, rispetto ai livelli Usa o Ue, e anche quella sembra già troppa: soprattutto alla luce delle tensioni che i flussi migratori hanno provocato in Occidente. Takaichi è fautrice di un controllo rigido degli ingressi, ancora più di quanto fatto finora. Ma in questo il suo messaggio è in perfetta sintonia con la cultura nazionale, e appunto non si distingue dalle posizioni dominanti in tutto l’Estremo Oriente: né Pechino né Seul pensano all’immigrazione come una soluzione per la decrescita demografica.
L’altro caposaldo della sua piattaforma politica è la risposta alla sfida cinese. Takaichi riprende l’eredità di Shinzo Abe per traghettare il Giappone dal suo pacifismo disarmato – scritto nella Costituzione del 1945 e voluto dagli americani – verso una graduale ripresa di capacità difensiva. In parte questa è la risposta inevitabile alla crescita del dispositivo militare cinese e all’espansionismo sempre più aggressivo delle forze armate di Pechino in tutte le aree marittime circostanti. In parte è la presa d’atto realistica che gli Stati Uniti non saranno sempre disponibili a garantire la sicurezza del Giappone come hanno fatto negli ultimi 80 anni. In un certo senso Takaichi trae dallo shock-Trump la stessa lezione del cancelliere Friedrich Merz in Germania, anche se il Giappone parte da livelli di spesa militare così bassi che per ora il traguardo è raggiungere il 2% del Pil. È singolare il destino «gemellato» delle due potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale dagli americani, ambedue costrette a disarmarsi 80 anni fa, ambedue sollecitate a ricostruire le proprie forze difensive dagli stessi Stati Uniti nel nuovo contesto strategico di oggi per rispondere alle minacce di Russia e Cina.
Quello che non ha certamente funzionato, è stato l’intervento pesante di Xi Jinping nella politica interna giapponese. Poco prima che Takaichi sciogliesse le Camere, il leader della Repubblica Popolare l’aveva attaccata duramente: al centro dello scontro c’era una frase della premier su Taiwan, che esprimeva una posizione peraltro tradizionale nella politica estera del Sol Levante. Takaichi aveva detto che un’invasione armata di Taiwan da parte della Cina porrebbe un problema di sicurezza nazionale anche per Tokyo. Un’ovvietà, in fondo. Naturalmente dietro quella constatazione si può leggere l’implicito avvertimento che il Giappone sentendosi minacciato nei propri interessi vitali interverrebbe a difesa di Taipei, possibilmente a fianco degli Stati Uniti. Xi ha cercato di intimidire Takaichi ma il suo intervento ha avuto come unico effetto quello di contribuire alla popolarità della premier tra gli elettori giapponesi. In fatto d’interferenza nelle elezioni dei vicini Paesi democratici, il metodo di Pechino si è rivelato controproducente.
Un altro settore dove Takaichi sta prendendo le misure della sfida cinese è la questione delle terre rare, minerali strategici, e altre risorse indispensabili per l’industria tecnologica. Il Giappone rimane una superpotenza in molte tecnologie avanzate, a cominciare dai microchip. Fu il primo Paese a subire ritorsioni da parte di Pechino sotto forma di un embargo «geopolitico» sulle terre rare, scatenato da Pechino nel 2010. Ora Tokyo partecipa in prima linea a diverse iniziative americane per costruire filiere alternative sulle terre rare – includendo l’Australia, partner decisivo – per far sì che un futuro embargo cinese non abbia gli stessi effetti.
Anche per Takaichi vale però la «regola Trump»: non saranno i successi in politica estera – ammesso che siano solidi e durevoli – a garantire la sua fortuna politica. Gli elettori giapponesi la giudicheranno soprattutto sull’economia. Si aspettano da lei un rilancio della crescita, un aumento dei salari e del potere d’acquisto. Questo è un obiettivo che altri leader politici hanno inseguito da almeno trent’anni con risultati alterni, spesso deludenti. L’esperimento «Abenomics», dal nome del suo maestro, ha avuto sostenitori entusiasti ma anche detrattori. Il capitalismo giapponese ha saputo rinascere e moltiplicare le riconversioni interne, oggi esprime un dinamismo nuovo. Ma per molti settori della popolazione il tenore di vita langue. Takaichi ha promesso sgravi fiscali, che andranno ad aumentare un indebitamento pubblico già a livelli record. Il test decisivo sarà questo.
8 febbraio 2026, 16:27 – modifica il 8 febbraio 2026 | 16:28
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