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Sette anni fa un gruppo di ragazzi si riuniva sul Monte Bondone, in provincia di Trento, per disintossicarsi dai social media. Erano ancora i tempi in cui “se non avevi condiviso la tua serata su Facebook, allora non l’avevi mai vissuta”, dunque un’epoca precoce per staccarsi dal telefono, almeno in ottica generale. Oggi invece sempre più persone raccontano la propria insofferenza nei confronti dello smartphone, tanto da parlare – ovviamente in modo alquanto azzardato – del 2026 come l’anno del “ritorno all’analogico”.

L’effetto del telefono sul mio tempo libero io l’ho capito per la prima volta quest’estate, quando, durante una trasferta di lavoro, mi sono ritrovata col cellulare scarico nella mia stanza d’albergo, sul lungomare di Salerno: non starò qui a raccontarvi che per la prima volta dopo tanto tempo mi sono ritrovata a guardare poeticamente il mare, ma – costretta appunto a fissare quella piattissima, all’apparenza noiosissima, distesa d’acqua senza alcun “riempitivo tecnologico” – ho sentito nel cervello riattivarsi i miei circuiti neuronali come tizzoni. Anziché trascorrere un’ora a subire passivamente reel di Instagram, insomma, la mia creatività stava tornando attiva: in quei minuti, dunque, ho scritto, progettato, immaginato. Insomma, mi sono sentita meglio. Alché – questa volta appositamente – in queste ultime settimane ho deciso di provare a disintossicarmi dal telefono, e ora vi racconto come è andata (spoiler: benissimo) e quali consigli vi darei.

Ci lamentiamo di avere poco tempo libero, ma lo sprechiamo a guardare reel (di cui non ricorderemo nulla)

Sempre più gente in pausa pranzo parla di come riprendersi il tempo mancato. Il problema, di base, è il seguente: il telefono tende a fagocitare ogni minuto libero. E ha cominciato a farlo anni fa, senza chiedere il permesso, e senza che facessimo in tempo a sviluppare armi per difenderci: si chiama “economia dell’attenzione”, sono cioè le strategie milionarie messe a punto dalle piattaforme per attirare la nostra attenzione e lucrarci su. Il telefono è ormai un riflesso, un meccanismo compensativo per cui, se hai un’ora di tempo libero dopo la doccia, non pensi a cucinarti un piatto buono per migliorarti così la cena, ma ti metti a scrollare i reel delle vite altrui per peggiorarti l’umore (lo dicono gli studi, ma di questo parleremo in un altro articolo). Il tempo libero, o quel poco che ne resta, è insomma morto. Ed è un paradosso: ci lamentiamo di non averne abbastanza, andiamo a reclamare la settimana corta al lavoro, ma poi lo sprechiamo così. Un reel dopo l’altro.

Ora, non staremo certo qui a demonizzare uno strumento che – per usare un’espressione cara ai più nostalgici – “ha fatto anche cose buone” (cit). Non siamo, appunto, né nostalgici né neoluddisti coi forconi impegnati nella resistenza allo smartphone. Ma, più semplicemente, l’invito è a farne un “uso consapevole” e non più passivo. A “navigare informati”. A non fare la fine di Luca, che qualche settimana fa mi ha detto: “Cosa hai fatto tu ieri sera? Io ho passato un’ora a scrollare su TikTok. E, alla fine, mi sono accorto che di quei 180 video non ricordo un bel niente”. Tempo buttato.

Quali sono i 5 problemi dei “reel”

E il problema è tutto qui. Ed è diverso da anni fa. Seguitemi brevemente ancora un attimo, poi passiamo ai consigli di carattere pratico, giuro. 

In questi anni i “social network” si sono trasformati sotto i nostri occhi: sono diventati “social media”. Se prima, per intenderci, erano aggregatori di socialità, che ci spingevano a condividere foto e post della nostra vita a beneficio dei nostri amici, oggi sono aggregatori di video, che ci spingono a essere più spettatori che attori. È qualcosa più simile alla televisione, insomma. E questo genera svariati risultati. Due, più immediati: ci investiamo più tempo e siamo consumatori più passivi (ovvero, più inebetiti). Altri tre, più sul lungo termine. Primo, di quei video non resta nulla: sono stimoli evanescenti, utili solo a darci una momentanea scarica di dopamina, poiché il nostro cervello non è fatto per elaborare concetti a una simile velocità (per intenderci, del reel “Vi spiego la guerra in Ucraina in 30 secondi”, non resterà nulla, se non l’emotività di schierarsi da una o dall’altra parte). Il secondo problema è, poi, che non stiamo davvero scegliendo COME trascorrere il nostro tempo libero, è invece l’algoritmo a farlo per noi: certo, siamo noi ad aver messo follow all’influencer di pulci salterine in Cina, ma mica è detto che l’algoritmo sceglierà di mostrarcelo, anzi ci mostrerà ciò che più gli conviene; e tre, infine e in conseguenza al “due”, quella dei social è una “evasione commercializzata”: il passaggio da TikTok all’app di shopping è molto breve. E qui nessuno di noi è ricco abbastanza.

Come staccarsi dal telefono: le regole per il mattino e la sera 

Che fare, allora? In rete girano tanti consigli. Su tutti, proliferano indicazioni circa l’uso del telefono in camera da letto: non a caso la sveglia analogica – chiamata “Hatch alarm clock”- è stata uno dei regali di Natale più in voga in America nell’ultimo anno, soprattutto tra i ragazzini. L’obiettivo? Fare in modo che lo smartphone non sia “il primo pensiero che al mattino ci sveglia e l’ultimo che la notte ci culla”. L’invito, sottinteso, è quindi quello di addormentarsi tra le pagine di un libro o tra le pieghe di sceneggiatura di una serie tv: questo permette di combattere l’insonnia da smartphone e, al contempo, aiuta a investire in maniera più costruttiva quell’oretta che abbiamo a disposizione prima di andare a dormire. O forse persino due.

Le regole per il resto della giornata (e per il giorno di riposo)

Eppure, per come la vedo io, il mattino e la sera sono solo “momenti simbolici”. Il vero problema è, semmai, tutto il resto del giorno. È proprio nel resto del giorno, infatti, e soprattutto nel nostro giorno di riposo, che dobbiamo mantenere alta l’attenzione per evitare di mandare al macero i nostri – pochi dunque sacri, lo ribadiamo – momenti liberi.

All’interno di “Minimalismo digitale” – vera e propria Bibbia sul tema scritta dal giornalista Cal Newport (immaginatemi digitare queste righe tenendo una mano sul cuore e l’altra sulla tastiera, ndr) – l’autore dà in questo senso un consiglio fondamentale: propone, cioè, di “programmare” anche il proprio tempo libero, non solo quello professionale. Come? Scegliendo quale spazio dedicare ad “attività di bassa qualità”, come lo scroll selvaggio appunto, e quale ad “attività di qualità più alta”, come uno sport, una nuova ricetta, eccetera. Si tratta, molto banalmente, di impostare un tempo massimo di utilizzo delle app che più ci “triggerano” – nella maggior parte dei casi Instagram, TikTok e Facebook – e rispettarlo nei momenti che ci siamo prefissati. Insomma: venti minuti al giorno in cui poltrire sul divano davanti ai reel sui gattini e “buongiorno Pescheria!” sono più che sufficienti. Immagino conveniate.

L’importante, sottolinea Newport, è trovare un degno sostituto allo scroll, ovvero un nuovo passatempo di qualità, altrimenti è fin troppo facile tornare a cascarci. Volete dedicare allo scroll la mezz’ora quotidiana di tram? Ok, ma poi, una volta tornati a casa, buttate il telefono e fate altro. In passato vi piaceva andare a correre? Beh, è il momento di tornare ad essere quella persona lì, migliore della versione attuale.

“Eh ma io la sera sono stanco: riesco solo a guardare i reel”

“Eh ma io la sera sono stanco: l’unica cosa che riesco a fare è inebetirmi davanti ai TikTok di Newmartina”. È questa, inevitabilmente, la reazione di molti di fronte alle sopraccitate indicazioni. Eppure, osserva il giornalista Arnold Bennet, “le capacità mentali hanno bisogno soprattutto di varietà, più che di riposo (fatta eccezione ovviamente per il sonno)”. E noi ci crediamo. Insomma: stare unicamente al telefono “fa finire” subito la giornata, dando l’impressione che voli via in un attimo, mentre variare le attività ti dà l’idea di aver vissuto più giornate, e questo può solo avere effetti positivi.

Inoltre – aggiunge ancora Newport – per millenni abbiamo conosciuto il mondo attraverso le mani: è dunque inevitabile che prima o poi torneremo a sentire questa ancestrale esigenza, mettendo da parte la sola esplorazione per polpastrelli. Non a caso – aggiungo io – nell’ultimo anno sono andate diffondendosi molte attività offline: in giro è pieno di corsi di ceramica, di cucina, di pittura, di pittura sui tessuti, di pittura su qualsiasi superficie immaginabile. E anche intrecciare relazioni offline è diventato più frequente: lo racconta il successo di app come Weemet, Comehome e altre.

Due trucchi per non cadere in tentazione (e non riprendere il telefono)

Bene. Ora che abbiamo creato l’impalcatura della nostra nuova casa, preoccupiamoci infine di rifinire le pareti. Dal momento infatti che “il diavolo sta nei dettagli” – e che la tentazione è il modo in cui il Maligno ci lusinga – è opportuno escogitare alcuni trucchi malefici per non cedere, di nuovo, al riflesso di guardare lo smartphone e precipitare nell’inferno di reel e notifiche. La regola è la più banale: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Qualcuno consiglia di comprarsi un orologio, ad esempio, in modo da non dover prendere il telefono in mano per guardare l’ora (a tal proposito, vi consiglio due letture: la newsletter “Il Carusello” di Eleonora Caruso; i post sul digital detox scritti dalla comedian Giorgia Fumo). Importante, poi, è anche disattivare le notifiche delle app, o più miratamente delle chat, non strettamente utili in quella giornata: diciamoci la verità, non è essenziale vedere nell’immediato l’ennesima “tenerissima” foto del gatto di tua sorella. A mali estremi, infine, estremi rimedi. Se la tua dipendenza digitale è tutt’altro che moderata, un consiglio è riporre il telefono nel posto meno frequentato della casa: a me, ad esempio, è capitato di chiuderlo in un cassetto in camera da letto. Ha funzionato.

Ma il telefono “ha fatto anche cose buone”

Se invece – facendo un passo indietro e per concludere – decidiamo di non voler rinunciare al telefono e anzi di volerlo includere tra i nostri “passatempi di qualità”, allora bisogna necessariamente trasformare il modo in cui viviamo la nostra attività tecnologica. Ovvero, dobbiamo cominciare a selezionare in modo più stringente e consapevole ciò che facciamo sui social nel nostro tempo libero: creare liste di creator da seguire, ad esempio, oppure una cartella dei siti che meglio rappresentano i nostri interessi e che possono arricchirci. Questo, insomma, evita di abbandonarsi passivamente alla scelta che l’algoritmo che fa per noi. Perché l’obiettivo, semmai non si fosse capito, non è buttare via il telefono, ma tornare a decidere consapevolmente che cosa far entrare nella nostra testa.

Il telefono ci fa vivere come si vive in un casinò, calando una tenda oscurante sulle finestre per bloccare il mondo, solo che la tenda oscurante è uno schermo, che mostra troppo del mondo, troppo velocemente. Il passato è svanito, il futuro è inconcepibile e i miei occhi sono spalancati per vedere un presente che si rinnova all’infinito” – The New Yorker

social telefonoCrediti “The Book Club” (Substack)