di
Fabrizio Peronaci

Il 20 gennaio 1964 il miliardario egiziano Faruk Chourbagi viene trovato morto in via Veneto. Amante e marito assolti grazie a una strategia geniale. L’insulto in aula a Patrizia De Blanck

Patrizia De Blanck è morta oggi, lunedì 9 febbraio, a Roma. Aveva 85 anni. Ripubblichiamo l’articolo relativo a un clamoroso caso di cronaca nera in cui lei era stata chiamata a testimoniare. 

Il caso Bebawi è stato il primo grande giallo da delirio mediatico, con la stampa impazzita dietro gli occhi «verdi da gatta» e le «gambe affusolate» di lei, Claire Bebawi. 



















































Il più scandaloso dei triangoli amorosi quello fra Claire, il marito Youssef Bebawi e l’imprenditore Faruk Chourbagi,  ucciso con quattro colpi di pistola e sfigurato. 

Un triangolo in cui non si riusciva a capire chi amava chi, un caso giudiziario controverso e ai limiti della schizofrenia, un’ineguagliabile messa in scena di smanie, passioni e umane bassezze, sintetizzate nell’insulto biascicato dall’assassina il giorno in cui in aula si presentò la rivale Patrizia De Blanck: «Puttana!».

Il Caso Bebawi, quando la contessa De Blanck finì sulle pagine della cronaca nera: il delitto, Faruk il playboy e l'insulto in aula

Correva il 1964. Anno memorabile, per le ragazze figlie del boom: la stilista londinese Mary Quant aveva appena lanciato la minigonna Gigliola Cinquetti si preparava a sbancare Sanremo cantando «Non ho l’età», quando un orrendo delitto commesso a due passi da via Veneto conquistò le prime pagine. Mix perfetto: le 3 S – soldi, sesso, sangue – erano tutte rappresentate. 

Eccolo dunque, 60 anni dopo, l’indimenticato caso Bebawi, dal cognome dei due coniugi – l’industriale egiziano Youssef e sua moglie Gabrielle detta Claire, 37 e 30 anni – subito sospettati dell’omicidio di Faruk Chourbagi, 27 anni non ancora compiuti, nato in Egitto ma di origini libanesi, trasferitosi a Roma per affari e per non perdersi gioie e sollazzi della Dolce vita. 

Caso Bebawi

La scena del delitto

«Polizia? Fate presto, please!!». Tutto comincia poco dopo le 9 del 20 gennaio 1964 con una telefonata disperata in questura. Karin Arbib, segretaria della società tessile Tricotex, ha appena aperto l’ufficio di via Lazio 9 (all’angolo con via Veneto) e gridato d’orrore davanti al corpo senza vita del principale, imprenditore con fama di playboy. Una scena criminis degna del più splatter dei film di Tarantino. 

Macchie di sangue ovunque, finestre serrate, odore di morte. Il cadavere di Chourbagi, figlio di un ex ministro egiziano in esilio, rampollo ambitissimo nelle feste dell’aristocrazia romana, è sul pavimento, carponi, tra scrivania e divano. Qualcuno, nel weekend, ha dimostrato di volergli molto male: il bel tenebroso con un nome da re ha il volto e il torace crivellati di colpi (esplosi da una calibro 7.65, si scoprirà in breve) e il viso sfigurato dall’acido (vetriolo, accerterà la scientifica) versato goccia a goccia sul naso, gli occhi, la bocca. Tentativo riuscito di strappargli la bellezza, certo. Uno sfregio che dà al giallo un’impronta femminile.  

Caso Bebawi, il delitto della Dolce Vita. Farouk il playboy, i coniugi armati di vetriolo, il processo-capolavoro (io accuso te, tu me: assolti)

Le prime indagini

All’inizio, le indagini sembrano in discesa. Per Nicola Scirè, il capo della Omicidi arrivato a razzo dalla vicina questura dov’era in servizio il mitico maresciallo Spatafora (quello al volante della Ferrari 250 GT con la scritta «Squadra Mobile tel. 555.555» sulle portiere), il caso Bebawi è molto più facile di quanto appaia. Basta mettere sotto torchio la segretaria per saperne di più: Faruk, oltre alle fidanzate romane più o meno rotanti, aveva un’amante fissa, quella Claire Bebawi che si era fatta sentire un paio di giorni prima con una telefonata tempestosa e da tre anni per incontrarlo faceva avanti e indietro dalla Svizzera, dove viveva con il marito industriale, laureato in Economia negli Stati Uniti, e i tre bambini.  

Ménage consolidato, a suo modo. Youssef, scoperta la tresca, l’aveva ripudiata in base alla legge coranica, ma per il bene dei figli aveva continuato a vivere con Claire e in tempi recenti si era consolato iniziando una relazione con la bambinaia. Ma ciò non toglie che fosse rimasto geloso, e molto. E che, «con quello sguardo furbo da arabo, freddo, calcolatore», come iniziarono a scrivere i giornali, avrebbe potuto diventare anche parecchio cattivo. 

Caso Bebawi, il delitto della Dolce Vita. Farouk il playboy, i coniugi armati di vetriolo, il processo-capolavoro (io accuso te, tu me: assolti)

Inchiodati dalle prove

Un doppio indizio eclatante, d’altra parte, già dai primi accertamenti balza agli occhi. Primo: Faruk è stato di certo assassinato nel tardo pomeriggio di sabato 18 gennaio, perché fino alle 17 era vivo, notato dal portiere dello stabile, mentre la sera alle 23 mancò all’appuntamento con la sua fiamma romana, la contessina Patrizia De Blanck, con la quale sarebbe dovuto andare a un Gran ballo a Palazzo Doria. 

Secondo: difficile non sospettare di loro, i Bebawi, considerato che proprio quel sabato erano arrivati a Roma in aereo da Losanna, preso una stanza in un hotel dal quale si erano allontanati alle 17.30 e infine (disdettata la camera appena occupata) erano partiti per Napoli con un treno delle 19.20, con l’intento di raggiungere Brindisi e imbarcarsi. Da cosa fuggivano se non dalla spietata mattanza nell’ufficio di via Lazio?

L’arresto ad Atene

Giallo internazionale, con il coinvolgimento di più Paesi. Se due indizi non bastano ma tre fanno una prova, come diceva Agatha Christie, per la coppia diabolica la telefonata in via San Vitale degli 007 dell’Interpol suonò come una campana a morto: «Dotto’, la bella Claire qui in Svizzera, prima di partire, ha fatto rifornimento dal piccolo chimico…». 

Per farla breve, l’amante delusa dai troppi amori di Faruk alla vigilia della missione di morte aveva acquistato a Losanna una boccetta di vetriolo mentre lui deteneva proprio una calibro 7.65, stesso tipo di arma che aveva fatto fuoco 4 volte contro Chourbagi. 

Elementi schiaccianti. La fuga finì in Grecia, dove furono arrestati un attimo dopo l’atterraggio, ma da questo momento il caso Bebawi – invece che sgonfiarsi, perché virtualmente risolto – deflagra su giornali e tabloid, invade i notiziari tv in bianco e nero, eccita il bel mondo dei salotti, contagia uomini di legge, politici, intellettuali, e soprattutto divide l’Italia attorno a una domanda cruciale: «Ma il nababbo d’Egitto l’ha ammazzato lei, per non essere ricattabile, oppure lui, il marito cornuto?»

Caso Bebawi, il triangolo

Il processo in Corte d’assise

Il processo si apre l’anno seguente in un clima di isteria mediatica mai visto prima. Il carcere non ha piegato la coppia. Claire si presenta alla sbarra avvolta in una pelliccia d’agnello e inseguita dalla scia di profumi di cui ha riempito la cella di Rebibbia (dove gli ammiratori si presentano a frotte sperando di incontrarla), lui appare azzimato e sicuro di sé. 

Da prima pagina anche gli avvocati, tutti principi del Foro: lei ha scelto un legale intelligentissimo, già lanciato in politica, nientemeno che il futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone. Youssef non è stato da meno: si è affidato a Giuliano Vassalli, che sarà Guardasigilli e padre del nuovo codice di procedura penale. Ora, la questione è dibattuta: la geniale strategia del «tu accusi me e io te, così veniamo assolti tutti e due» è farina del sacco dei Bebawi, frutto di astuzia levantina, o della sapienza giuridica dei loro illustri avvocati difensori? 

Caso Bebawi, il delitto della Dolce Vita. Farouk il playboy, i coniugi armati di vetriolo, il processo-capolavoro (io accuso te, tu me: assolti)

Le domande sospese

Di certo, la trovata funziona: nelle 142 udienze andate avanti per un anno e mezzo davanti alla Corte d’assise di Roma, le prove inizialmente solidissime tendono a evaporare per il combinato disposto dell’autodifesa di Claire («È stato mio marito a sparargli, dopo averci sorpreso insieme») e di Youssef («Io nella stanza non sono mai entrato, l’aspettavo di sotto»). 

Quale la scena del delitto? Chi sparò e versò il vetriolo? Lei assassina e lui complice, o il contrario? Claire voleva punirlo senza ucciderlo? L’amava ancora? E perché la pistola non è stata mai trovata? Troppe domande. Troppi buchi nella ricostruzione… 

Caso Bebawi, il delitto della Dolce Vita. Farouk il playboy, i coniugi armati di vetriolo, il processo-capolavoro (io accuso te, tu me: assolti)

L’assoluzione e il “teorema Leone”

Per condannare all’ergastolo servono certezze, il chi e il come del modus operandi, e di conseguenza, in assenza della “prova delle cento pistole” su chi materialmente avesse dato la morte al giovane miliardario, i 6 giudici popolari e i 2 togati scelsero di non scegliere. Il 22 maggio 1966, dopo 29 ore di camera di consiglio, i Bebawi furono assolti per insufficienza di prove. Da quel giorno nei manuali di diritto ha fatto il suo ingresso il cosiddetto “teorema Leone”, che il futuro capo dello Stato nella sua arringa aveva sintetizzato in modo magistrale: «Impossibile condannare senza prove due imputati che si rinfacciano reciprocamente lo stesso reato». 

Il paradosso fu evidenziato dal Corriere d’informazione del giorno seguente, con un titolo contenente due parole in grassetto: «I Bebawi assolti e liberati, ma uno di loro HA UCCISO». Sentenza accolta da un applauso scrosciante dalla folla di mille persone assiepata a Palazzo di giustizia. Tutti innocentisti? Macché, piuttosto l’attitudine molto italiana a simpatizzare con i furbi, con chi riesce a gabbare la legge. 

Caso Bebawi, il triangolo

Le memorabili cronache di Oriana

Già, perché il caso Bebawi fu anche questo: una straordinaria storia di costume, un faro acceso per mesi sugli ineffabili abissi dell’animo umano, soprattutto grazie ai reportage di una Oriana Fallaci in stato di grazia, capace di «attacchi» memorabili (L’Europeo 1965, n.5) come: «Che strano processo signor Bebawi, signora Bebawi. Quei carabinieri col cappello a lucerna, quei giudici popolari con la fascia tricolore, quegli avvocati con la toga a pipistrello…». 

Oppure di domande solo all’apparenza retoriche, in realtà frammenti letterari sontuosi: «Ma quale assurdo destino vi ha portati fin qui, tra gente che non capite perché parla italiano, e non vi capisce perché parlate inglese e francese, di conseguenza ci vogliono gli interpreti, però agli interpreti danno 700 lire al giorno non di più, e per 700 lire siete tradotti alla meglio, il pubblico brontola “che dice? che disse?”, i giornalisti ammucchiati come corvi sapienti sghignazzano, il presidente tuona silenzio…». 

O, ancora, sempre Oriana, capace di analisi come questa: «Quello ammazza la moglie per riscuoter la polizza, quell’altra il marito per sposarsi l’amante, non capita quasi più nessuno che uccide per placare un sentimento di odio, odio e basta. Il vostro caso, cioè. Che sia stato lei, signor Bebawi, che sia stata sua moglie, che siate stati voi due insieme, cosa ci guadagnavate a uccidere? Lei, Faruk, non ci guadagnava il denaro, sua moglie non ci guadagnava le nozze, nessuno dei due ci guadagnava la pace…».

Caso Bebawi, il delitto della Dolce Vita. Farouk il playboy, i coniugi armati di vetriolo, il processo-capolavoro (io accuso te, tu me: assolti)

Le condanne (in contumacia)

Maggio 1966, dunque: è andata, i due se la cavano. Non appena i secondini aprono le porte del carcere, via! Ma divisi, stavolta. Youssef rientra in Svizzera, dove sposerà la babysitter, mentre Claire preferisce tornarsene con i figli in Egitto, dove s’inventa una nuova vita da guida turistica. Alla genialata processuale manca solo un sigillo: la conferma dell’assoluzione. Che però non arriva: nel 1968, in appello, i Bebawi vengono condannati a 22 anni (per responsabilità materiale lui e per concorso morale lei), pur  in assenza di nuovi elementi: la pistola non è stata trovata, le impronte digitali non erano state prese, il cappotto della signora con le bruciature di vetriolo è andato addirittura perduto nell’Ufficio corpi di reato. 

In punta di diritto, l’esito è controverso, ma tant’è. Nel 1972, dopo un annullamento della Cassazione, la Corte d’appello di Firenze conferma i 22 anni, senza con ciò turbare minimamente gli ex coniugi Bebawi. Tanto chi li tocca, ormai sono al sicuro. Sia la Svizzera sia l’Egitto, non contemplando accordi di estradizione, li mettono al riparo da un nuovo arresto e dal ritorno in carcere, mentre la gente si chiede: fu lodevole garantismo o una gigantesca topica giudiziaria?

Caso Bebawi, il delitto-show della Dolce Vita. Farouk il playboy, i coniugi armati di vetriolo, il processo-capolavoro

Patrizia De Blanck: «Io, il movente»

Manca solo una voce, in questo viaggio a metà tra la tragedia shakespeariana («Otello arabo, schiavo d’amore…») e il pirandelliano «così è se vi pare»: quella di lei, il quarto incomodo, la contessina dal viso angelicato che, 60 anni dopo, tiene ancora la scena nei salotti e in tv. 

«Cosa ricordo dei Bebawi? Tuttooo! – s’infiamma al solo sentirne il nome Patrizia De Blanck, all’epoca valletta del Musichiere – Il movente fui io! Faruk l’avevo appena conosciuto a una festa, era simpaticissimo, molto dolce. Stravedeva per me. Pensi che pochi giorni prima avevo organizzato un ricevimento a casa mia, in via Petrella, ai Parioli, per presentarlo agli  amici, e che la notte precedente avevamo dormito insieme…» Poi arrivano loro, dalla Svizzera, e lo fanno fuori. «Già, proprio così. Lei si sentiva tradita e lo voleva morto, tutto qua. Il più classico dei delitti di gelosia. Il resto è colore, gossip…» (fperonaci@rcs.it)


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9 febbraio 2026 ( modifica il 9 febbraio 2026 | 13:40)