Per chi conosce il dossier si tratta di un copione già scritto dall’inizio. La partnership Berlino-Parigi per il caccia del futuro, il progetto Fcas (Future Combat Air System), “morta dalla nascita”, sta per segnare una svolta a favore del Gcap, il caccia di sesta generazione che l’Italia sta costruendo insieme alla Gran Bretagna e al Giappone. La Germania è arrivata al capolinea e sta dunque valutando molto attentamente di unirsi all’asse Roma-Londra-Tokyo. Una conferma dei nuovi equilibri economici in cantiere, sullo sfondo dei riassetti geopolitici. Oltre che una conferma del ruolo chiave dell’Italia. Con la difesa, la tanto evocata sicurezza globale, questa volta, protagonista.

Il dossier è finito inevitabilmente sul tavolo del confronto del 23 gennaio scorso tra la premier Giorgia Meloni e il cancelliere Friedrich Merz, aprendo la strada al nuovo assetto. O se non altro a un nuovo capitolo di trattative che allargherebbe le rotte comuni tra Italia e Germania, già solide, dalla difesa all’energia. Senza contare che già da tempo l’Italia, con Leonardo in testa, sostiene la necessità di mettere insieme le forze in Europa per superare l’insostenibile frammentazione del mercato della sicurezza europea per far fronte alla competizione Usa.

LE MANOVRE

Il tormentato progetto franco-tedesco lanciato nel 2017 da Emmanuel Macron e Angela Merkel per rafforzare la difesa europea, «è sull’orlo del collasso», sull’onda crescente dei malumori che filtrano da Berlino nei confronti dei produttori francesi, è la ricostruzione che arriva da Politico.eu, che dà conto anche della preoccupazione dell’Eliseo, che «insiste per salvare» il progetto. Al contrario, le associazioni e i sindacati tedeschi premono sul cancelliere Merz perché il governo molli tutto e avvii un progetto di jet Made in Germany. O che comunque prenda altre strade.

Il Future Combat Air System (Fcas) “è morto ma nessuno vuole dirlo”, ha detto a Politico.eu un parlamentare francese che si occupa di politica di difesa. «È più probabile un annuncio della sua fine piuttosto che un rilancio», ha confermato un funzionario che conosce bene il pensiero di Macron, mentre la testata rileva che il fallimento del programma di punta tra i tre paesi (in seguito si era unita anche la Spagna) per la costruzione del nuovo jet, insieme a droni e un cloud di combattimento, sarebbe «un duro colpo politico per il presidente francese».

Il Fcas, lanciato per sostituire il jet francese Rafale e gli Eurofighter utilizzati da Germania e Spagna, è rimasto bloccato a causa di controversie tra il costruttore francese Dassault ed il gruppo Airbus, che rappresenta gli interessi tedeschi e spagnoli nel progetto. Macron a novembre aveva dichiarato che Parigi e Berlino avevano «l’obbligo di raggiungere risultati». Si trattava di una «prova di credibilità» per il continente, diceva. Un segnale necessario. Un mese dopo tuttavia, Berlino aveva fatto sapere che gli sforzi per sbloccare il progetto non avevano avuto successo.

In questa situazione di stallo è sceso in campo il più grande sindacato tedesco, la Ig Metall, che rappresenta i lavoratori del settore metalmeccanico. Il suo vicepresidente, Jürgen Kerner, insieme con la presidente dell’Associazione delle industrie aerospaziali tedesche, Marie-Christine von Hahn, in un articolo su Handelsblatt ha messo in discussione il Fcas, accusando la Dassault Aviation di aver cercato di dettare le sue condizioni, chiedendo il «controllo assoluto», e violando così il principio che il progetto dovesse essere realizzato da “partner paritari”. Da qui la richiesta al governo di Berlino di prendere un’altra strada.

L’insofferenza tedesca nei confronti della parte francese del Fcas potrebbe ora portare Berlino a virare dritto su altri partner per una nuova iniziativa congiunta. E i riflettori sono appunto rivolti al Global Combat Air Programme (Gcap), guidato da Italia, Regno Unito e Giappone, che ambisce a sviluppare un sistema aereo di nuova generazione entro il 2035. Un progetto di cui ha parlato di recente la premier Meloni anche con Sanae Takaichi a Tokyo. Ha anche già richiamato l’interesse dei sauditi. E per ora va avanti secondo i piani, secondo gli addetti ai lavori.

LE ALLEANZE

«Alcuni dicono che il 2026 sarà l’anno dell’Italia e della Germania. Non lo so, ma ce la mettiamo tutta», aveva detto la premier Meloni al termine del vertice intergovernativo italo-tedesco a Villa Pamphilj. Una prova di pragmatismo europeo, si era detto.

Davanti a un rapporto transatlantico sempre più instabile, Meloni e Merz spingono per rafforzare l’Europa dall’interno, scongiurando una rottura con Donald Trump e accreditandosi come leader delle due «principali nazioni industriali europee». Una formula che mette in ombra l’asse tra Francia e Germania, segnando una distanza crescente dall’autonomia più muscolare e protezionista di Macron. E chissà se l’apertura dichiarata ieri dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sulle fusioni, non sia un altro passaggio cruciale verso una nuova rotta in Europa. La Commissione «sta rivedendo le linee guida sulle fusioni, per consentire alle imprese europee di raggiungere la dimensione efficiente necessaria per competere a livello internazionale», ha detto von der Leyen. Deve aver sentito finalmente il grido di dolore dell’industria.


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