di
Mattia Aimola

La triennale in Studi e relazioni internazionali a Torino dopo la carriera nella pallavolo e centinaia di curriculum spediti: «Master? Costano una fucilata». Ecco perché oggi la laurea è solo l’inizio di una strada troppo lunga

La laurea non basta più, i master costano troppo e il tempo, quando hai una famiglia, diventa un lusso. La storia di Francesca Colizzi, 44 anni, è una delle tante che raccontano cosa succede quando la formazione non riesce a trasformarsi in lavoro e il mercato smette di essere accogliente anche per chi ha sempre lavorato.

Una vita per la pallavolo

Francesca è nata e cresciuta a Torino. Per anni la sua vita è stata la pallavolo. «La carriera sportiva va da sé: sei fisicamente dotata e ti pagano per fare quello che faresti gratis». Ha giocato tra B1 e A2, a Torino e in giro per l’Italia, con una routine totalizzante: due allenamenti al giorno, partite il sabato e la domenica. «Finché giochi, ci puoi vivere. Oggi i guadagni sono più bassi di una volta, ma paragonabili a uno stipendio medio: tra i 1.500 e i 2000 euro che ti permette di andare avanti abbastanza bene». Una stabilità solo apparente: «Il campionato dura otto mesi e vivi di rimborsi. Non hai una busta paga, non vieni pagata come un normale dipendente, non esistono contributi». Di rendita, dice, «campano solo i calciatori». I veri professionisti restano pochi: calcio, tennis, basket e pallavolo maschile di serie A.




















































Sentirsi fuori posto

Quando inizia a capire che la carriera sportiva sta per finire, Francesca prova a costruirsi un’alternativa. Si laurea in Studi e relazioni internazionali all’Università di Torino, una triennale presa a 28 anni, nel 2009, «proprio nel pieno della crisi economica». Prova a usare quel titolo: concorsi, selezioni, stage. Ma le opportunità migliori sono tutte gratuite. «Uno a Ginevra, tre mesi senza stipendio. Un altro a Bruxelles, quattro mesi gratis». Con il costo della vita di quelle città, spiega, «era impossibile». Giocando a pallavolo riusciva a mantenersi e a risparmiare qualcosa, ma non a investire su sé stessa. «La laurea ce l’ho, ma l’ho dovuta archiviare». 

Fare le pulizie

Fino ai 32 anni continua a giocare, poi entra definitivamente nel mondo del lavoro, a volte allenandosi ancora per arrotondare. «Non ho mai avuto problemi a collocarmi. Ho sempre avuto un ruolo molto duttile, il classico tuttofare da ufficio: gestisco un po’ tutto». Fino a oggi. Da più di un anno è disoccupata. È mamma single, ha due figlie di 6 e 8 anni e un mutuo da pagare. «Questo è l’ultimo mese di Naspi. Dal prossimo non so di cosa vivrò». Invia decine, a volte centinaia di curriculum. Le telefonate arrivano, i colloqui anche. «Poi però non va mai in porto. L’ultima sembrava fatta, pochi giorni fa. E invece niente». L’idea di tornare a studiare c’è. «Master? Sì, ma costano una fucilata». Quest’anno accede a corsi finanziati dal Pnrr, i cosiddetti progetti Gol. «Formazione fatta malissimo. Su intelligenza artificiale non sapevano neanche spiegare il programma». Frequenta solo quello di inglese avanzato. «Non ho bisogno di corsi su come si accende un pc o si manda una mail. Una laurea ce l’ho. Se devo formarmi davvero, mi serve tempo. E soldi». Nel frattempo accetta quello che trova. «Sto andando a fare pulizie: 50 euro a settimana. Ma cosa ci fai?». A quasi 45 anni, dopo una carriera sportiva e una laurea, Francesca si scopre improvvisamente fuori posto. «Non mi è mai successo di restare ferma così a lungo». La sensazione, dice, è di aver fatto tutto quello che le era stato chiesto. E di essere rimasta comunque indietro.


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8 febbraio 2026 ( modifica il 10 febbraio 2026 | 08:44)