di
Walter Riolfi
Le quotazioni del metallo giallo sono ancor più volatili dopo aver raggiunto (e superato) i 5 mila dollari. E l’utilizzo degli Etf a leva per inseguire il prezzo fa venire dei dubbi: perché l’investitore dovrebbe rifugiarsi in un’attività cresciuta del 167% in due anni?
Si può dire di tutto dei mercati finanziari americani, tranne che siano noiosi. Dalla seconda metà di gennaio abbiamo visto il dollaro perdere il 4% sull’euro e fare meno 18% in tredici mesi. Il rendimento del Treasury a 10 anni è aumentato di 17 punti e, al 4,3%, è al massimo da agosto; Microsoft è caduta del 15%, Oracle del 28%, Nvidia del 10%, come Tesla. Ma quel che più ha stupito è stato lo scompiglio tra le materie prime, con il rame volato del 10% in pochi giorni, per crollare altrettanto in sole due sedute e risollevarsi del 7,5% il giorno dopo: come se si trattasse di uno di quei titolini tanto cari ai giochi dei piccoli investitori.
Sui metalli preziosi è stato il caos totale. L’oro, dopo una corsa del 23,5% da inizio anno, crolla del 13% tra il 29 gennaio e il 2 febbraio, per riprendersi nei giorni successivi. Sconcertanti sono state le variazioni all’interno di una stessa giornata: il 29 gennaio passa da un ribasso dell’8,3% a un rialzo del 6,4%, per poi cadere del 9%. Nella seduta successiva arriva a perdere il 9% a 4.718 dollari, ossia il 16% dal record di due giorni prima. Stesso copione per l’argento, ma con movimenti ancor più esasperati: un volo del 61% in 15 sedute, seguito da un crollo del 42% nei due giorni successivi.
Movimenti veloci
L’isteria contagia pure il platino e il palladio, due materie prime largamente usate nell’industria. È difficile credere che i grandi investitori si siano messi a giocare alla stregua della clientela retail. In tutto questo trambusto, gli indici di Wall Street hanno oscillato assai poco, con l’S&P 500 agli stessi livelli del 24 dicembre o, peggio, a quelli del 28 ottobre. Effetto della «straordinaria» rotazione iniziata a fine novembre, quando il denaro fuoriusciva dai titoli tecnologici a favore di tutto il resto, si potrebbe obiettare. Vero, ma solo in parte, perché da metà gennaio l’indice S&P equal weight (ossia con i titoli pesati alla stessa maniera) è rimasto invariato, come l’ufficiale S&P.
Se proprio di rotazione vogliamo parlare, questa ha interessato i singoli titoli e i sotto settori della tecnologia, con un occhio di riguardo finalmente alle valutazioni e ai fondamentali. Tuttavia, questa maggior consapevolezza, attribuibile ai grandi gestori e soprattutto agli hedge fund, non ha impedito ai piccoli investitori di scorrazzare tra titoli dimenticati o di società senza avvenire, come Regencell Bioscience, che pretende di curare l’autismo con erbe medicinali ed è oggetto di indagine dalla giustizia americana. In meno di un anno, le sue azioni sono volate a un massimo dell’11.330% (da 70 centesimi a 80 dollari) e oggi, con 10 dipendenti, capitalizza 16 miliardi con zero ricavi. Tra i titoli dimenticati ci sono quelli della compagnia aerea Southwest, volati del 29% in pochi giorni grazie alla decisione di far pagare posti e bagagli ai viaggiatori. In termini di redditività è valutata sette volte Ryanair. O Royal Caribbean: +28% in due settimane, valutata oltre il doppio di Carnival (Costa Crociere). Oppure un’azienda come Sandisk, ora in perdita, ma con buone prospettive, i cui titoli sono però cresciuti del 1.300% in 5 mesi, pur capitalizzando 14 volte i ricavi.
Il ritornello dell’oro, bene rifugio, suona noioso e fuorviante. Per quale ragione un investitore dovrebbe rifugiarsi in un’attività salita del 167% in due anni? Per proteggersi dalla presunta bolla dei titoli tecnologici, che nel frattempo sono saliti la metà, se li si misura con l’indice Mag 7 (+85%), o tre volte meno se si considera il Nasdaq 100 (48%)? Persino Nvidia (161%) ha reso meno. Forse per difendersi dall’inflazione, come negli anni 1970-1980, quando i prezzi al consumo volarono del 13-15%? Ma oggi l’inflazione è sotto il 3%.
S’è detto che l’oro è una buona protezione dai presunti danni delle sconsiderate politiche di Donald Trump, ma l’intero mercato azionario è di tutt’altro parere. Paradossale la giustificazione contraria: l’oro sarebbe caduto il 30 gennaio perché, con la nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Fed, la politica monetaria diverrebbe restrittiva. Ma, a prescindere da quanto diceva Warsh negli anni 2006-2011, l’uomo è stato messo lì da Trump, proprio per tagliarli i tassi.
Il Wall Street Journal confronta l’indice Dow Jones con i prezzi dell’oro dal 1970 a oggi per concludere che il rapporto va ancora a tutto vantaggio delle azioni. Mentre azioni e obbligazioni sono attività con volumi in forte crescita, il metallo prezioso è un bene che scarseggia: tolti gli acquisti delle banche centrali (in calo da anni) e quelli dell’industria orafa, di oro per investimenti ne resta poco e la diversificazione nei portafogli dei grandi gestori si limita a percentuali minuscole.
Giustificazioni
Non manca chi giustifica gli acquisti di oro con ragioni pseudo fondamentali e la britannica Wisdom Tree sostiene che non c’è alcuna speculazione. Ovvio per una società dedicata alla vendita di Etf su criptovalute, materie prime e oro. Non a caso, gran parte del denaro fluito su oro e argento è avvenuto proprio attraverso Etf, specie a leva, che esasperano guadagni (e perdite) con i derivati. Tra metà dicembre e metà gennaio, calcola Vanda Research, i piccoli investitori hanno messo un miliardo solo in strumenti dedicati all’argento, gli «acquisti più forsennati della storia». E lo stesso vale per l’oro. Nel solo 2025 la clientela retail ha messo soldi in Etf su oro e argento in quantità superiore a quella dei cinque anni precedenti. E questa non si chiama speculazione? «Dal 2025 le quotazioni degli Etf sull’oro hanno sempre trattato a premio rispetto al loro vero valore (Nav)», scrivevano gli economisti della Bis lo scorso 8 dicembre (quando l’oro era a 4.200 dollari e non sopra i 5.000), e, mentre gli investitori istituzionali alleggerivano le posizioni, il «gregge dei piccoli» comprava.
10 febbraio 2026
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