
Bar Klu, a Marcianise, in provincia di Caserta
Quando hai deciso di studiare architettura e come ti sei avvicinato alla neuroarchitettura?
Ho sempre avuto un’ossessione per la natura. Ho iniziato a studiare architettura seguendo le orme di mio padre. La prima volta che ho sentito parlare di neuroarchitettura è stato nel 2011, durante un seminario dell’Ordine degli Architetti di Napoli. All’inizio quella parola non mi diceva nulla. Poi, ascoltando il relatore, ho compreso immediatamente il senso profondo di questa disciplina: progettare spazi capaci di generare benessere attraverso l’uso consapevole di materiali, luce, proporzioni. Un’architettura realmente umano-centrica.

Il progetto d’interni di Antonio Di Maro in un loft contemporaneo a Napoli
Foto: Dario Borruto
E in che modo, nel concreto, le neuroscienze consentono all’architettura di modellarsi attorno alle esigenze umane?
Studiando la neuroscienza, ho iniziato a capire che gli esseri umani sono empaticamente connessi alla materia. È una scoperta rivoluzionaria: nel 1993 Vittorio Gallese e il suo team a Parma individuano i neuroni specchio e aprono lo scenario della simulazione incarnata. Il nostro cervello reagisce in modo diretto e continuo agli ambienti che abitiamo, ai materiali, alle forme. Da lì ho compreso la potenza straordinaria – e la responsabilità – dell’architetto: uno spazio può favorire la conversazione, lo studio, il riposo, oppure generare stress e disagio. Non è un’idea astratta, è un fatto scientifico.
Hai potuto sperimentare questi principi anche in ambito clinico.
Sì, una delle mie esperienze professionali più importanti è stata quella dell’Ospedale Pediatrico Oncologico Pausilipon di Napoli. Lì ho compreso ancora più chiaramente quanto lo spazio possa incidere sullo stress. I bambini nello spettro autistico, per esempio, non hanno strumenti per difendersi dagli stimoli stressogeni come hanno le altre persone. Un ambiente mal progettato – con una luce sbagliata, rumori di fondo, assenza di finestre – attiva l’amigdala, altera i livelli di melatonina e cortisolo. Un adulto normodotato a fine giornata dice “sono stressato”. Un bambino con un disturbo del comportamento può perdere completamente il controllo. È qui che l’architettura diventa un atto etico.