di
Sara Gandolfi
Aumenta il rischio di disordini. Le autorità: «Non c’è più carburante per i jet». In crisi anche gli ospedali: stop agli interventi chirurgici, medicina naturale come alternativa ai farmaci che mancano
A Cuba è ormai vicina l’«Opzione Zero», quella già immaginata da Fidel Castro che, ora, a quasi dieci anni dalla sua morte, sta diventando realtà. L’isola non ha più energia, da dicembre non riceve più «neppure una goccia di petrolio», come ha ammesso il suo grigio presidente Miguel Diaz-Canel, e molto presto lo Stato avrà anche le casse vuote. I turisti, fonte primaria di valuta straniera, ormai disertano in massa la «movida» dell’Avana e le bianchissime spiagge dei Cayos. I canadesi, i più numerosi finora, stanno cancellando le prenotazioni dopo lo stop ai voli deciso dalle quattro principali aerolinee nazionali. Ma anche russi ed europei sono in fuga, nonostante i prezzi in caduta libera: troppi black-out e troppa paura che a breve scatti una rivolta interna o un’azione militare americana.
In un avviso ufficiale pubblicato domenica sul sito della Federal Aviation Administration, l’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana aveva avvertito che il carburante per i jet da martedì (oggi) «non è disponibile». Air Canada, Air Transat, WestJet e Sunwing hanno immediatamente sospeso i voli, anche se hanno garantito l’invio di alcuni aerei vuoti per permettere il rientro dei circa 3mila turisti canadesi che ancora si trovano sull’isola. «Tutti gli aerei trasporteranno carburante sufficiente per partire in sicurezza senza dipendere dalla disponibilità locale di carburante», ha affermato un portavoce di WestJet. Altre compagnie tengono duro. Air France effettuerà soste in altri scali dei Caraibi per rifornirsi. Air Europa farà tappa all’aeroporto di Santo Domingo nella Repubblica Dominicana lungo la sua rotta tra Madrid e L’Avana.
Fino al 3 gennaio scorso, giorno del raid americano a Caracas e della cattura di Nicolas Maduro, Cuba si è affidata al Venezuela per le sue forniture di petrolio. Da allora, con lo stop alle esportazioni di carburante verso l’isola «ordinato» da Trump e la minaccia di dazi anche agli altri Paesi che avessero continuato a inviarne (ad esempio, il Messico), il Paese caraibico non ha più ricevuto né greggio né prodotti raffinati. L’obbiettivo di Washington è evidente. Asfissiare Cuba ma anche isolarla dal resto del mondo. « Non è un segreto che Cuba dipenda dagli aiuti umanitari e dal turismo, che raggiungono il Paese prevalentemente con aerei», ha confermato a CBS News Tamanisha John, professoressa alla York University.
Air Transat ha osservato che diversi resort a Cuba sono stati temporaneamente chiusi «a causa dei bassi tassi di occupazione». Il gruppo Melia ha “aggiustato” la sua offerta alberghiera. Tryp Cayo Coco e Sol Cayo Santa Maria, ad esempio, secondo i siti di prenotazione riapriranno soltanto a novembre. E chissà cosa succederà da qui ad allora. Le statistiche ufficiali confermano il crollo: lo scorso dicembre sono arrivati sull’isola 1.810.663 turisti stranieri, pari all’82,2% del 2024, nulla al confronto dei 4,7 milioni del 2018. Fra questi, sono diminuiti drasticamente anche gli “amici” russi, oltre agli europei. Un’«industria moribonda», la definisce il Miami Herald, lontana anni luce dal boom generato dal «disgelo» promosso dall’ex presidente statunitense Barack Obama (2014-2016), quando l’allentamento delle restrizioni di viaggio portò al raddoppio dei visitatori americani. Il governo dell’Avana puntò tutto su questa scommessa, destinando la maggior parte delle sue risorse per costruire hotel di lusso, oggi vuoti e spesso senza luce.
A Cuba, in questi giorni, sono vuoti anche i negozi e deserte le strade. E aumenta il rischio di una esplosione sociale, come accadde nel luglio del 2021, degenerata poi in migliaia di arresti. Sempre più assediato, il governo dell’Avana ha indirettamente ammesso anche la crisi del settore medico, uno dei campi di eccellenza di Cuba che proprio esportando i suoi dottori – oltre ai suoi servizi d’intelligence – riusciva a pagare in una sorta di baratto le forniture di petrolio dal Venezuela. In piena crisi energetica e con gli ospedali che operano al limite, il ministro della Salute Pubblica, José Ángel Portal Miranda, ha annunciato nei giorni scorsi nuove misure per riorganizzare il sistema sanitario. Tra queste, la sospensione di diversi interventi chirurgici programmati, la riduzione delle degenze e la promozione della medicina naturale e tradizionale come alternativa di fronte alla carenza di medicine. Negli ospedali «saranno assistite solo le emergenze e i casi potenzialmente letali».

Secondo le stime del Centro statale per gli studi sull’economia cubana, nel 2025 il Prodotto interno lordo di Cuba si è contratto di circa il 5%. La Russia e la Cina parlano di «possibili vie» di aiuto all’Avana, ma non hanno ancora annunciato alcun sostegno concreto. A differenza del Messico che ha promesso «maggiore aiuto» al governo cubano di fronte a quelle che definisce «ingiuste» sanzioni statunitensi. L’Avana, che nega un negoziato formale con l’amministrazione Trump, sta valutando l’«Opzione Zero», una strategia immaginata da Castro durante il Periodo Speciale degli anni ’90, dopo la fine dell’Unione Sovietica, che includeva il razionamento estremo, l’autosufficienza alimentare e l’uso di risorse alternative per il trasporto e la cottura del cibo. «Cuba non collasserà», ha detto il presidente Miguel Díaz-Canel, ma il rischio di disordini sociali è sempre più reale. In questa fase, Amnesty International ha anche denunciato una «escalation di arresti arbitrari» a Cuba e ha espresso preoccupazione per lo «stato di salute allarmante» di alcuni detenuti per ragioni politiche sull’isola.
Andrés Oppenheimer, uno dei più seguiti analisti di fatti cubani, avverte che c’è un ostacolo importante alle proteste di massa che potrebbero rovesciare il governo: «La maggior parte dei giovani ha lasciato il Paese. Cuba è diventata un’isola di nonni, i cui figli e nipoti vivono a Miami, Madrid o in altre parti del mondo. E non si può escludere che la dittatura cubana raggiunga un accordo con Trump e rimanga al potere». Il presidente Usa potrebbe cercare un “patto” sui temi dei migranti e della droga, «rimandando la transizione verso la democrazia al futuro».
10 febbraio 2026 ( modifica il 10 febbraio 2026 | 13:01)
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