di
Paolo Mereghetti
«Cime Tempestose», diretto da Emerald Fennell, tradisce il romanzo di Emily Brontë. La star Margot Robbie sembra Barbie, Jacob Elordi una sex machine plastificata
Mancano ancora undici mesi, ma Cime tempestose di Emerald Fennell è in pole position per essere il più brutto film dell’anno.
No, non si può trasformare uno dei capolavori della letteratura ottocentesca in un fumettone tanto sgargiante quanto sguaiato, confondere la passione che tiene uniti un uomo e una donna contro ogni sforzo di razionalità con il romanzetto d’appendice di una giovinetta in fregola per il bellone di turno.
Il romanzo di Emily Brontë era la risposta romantica all’imperativo categorico kantiano, l’orgoglio anglosassone per l’istinto vitale contro il doverismo teutonico per il controllo di sé.
Invece nel mondo fintamente sensazionalistico di Fennell che aveva già dato prova dei propri limiti con l’ignobile Saltburn, tutto è ridotto a caricatura, a esagerazione, a buffonesca imitazione.
A cominciare da quello che dovrebbe essere il cuore della storia, l’impossibilità di controllare le proprie pulsioni allo stesso modo per cui non si possono controllare le forze atmosferiche: non a caso la casa dove crescono Catherine e Heathcliff si chiama Cime tempestose, proprio per indicare quella cosa ingovernabile che è appunto il vento, che nessun essere umano può ingabbiare e indirizzare.
Non è questione di «bene» o «male» (come succedeva nel romanzo vittoriano), di «giusto» o «sbagliato».
I sentimenti che agitano i due protagonisti del libro sono come i fenomeni atmosferici: impossibili da guidare e orientare e Cathy e Heathcliff ne porteranno addosso la condanna e la maledizione, perché, per usare le parole dell’anglista italiano Mario Praz, «l’amore di Catherine è esente da sensualità come la forza che attrae la marea alla luna, il ferro alla calamita, e non ha più tenerezza che se fosse odio»
Ma cosa rimane di tutto questo nel film? Solo una degradante scimmiottatura, a cominciare dalle tempeste e dai venti che dovrebbero squassare la brughiera sostituite da miseri acquazzoni, buoni al massimo per un po’ di raffreddore.
Se il romanzo era tutto costruito sul contrasto tra la forza aspra e selvaggia di
Wuthering Heights
e i loro indomiti abitanti da una parte e dall’altra parte la calma insinuante e contagiosa di chi abitava a Thrushcross Grange, sulla contrapposizione tra gli Earnshaw e i Linton, il film riduce tutto al confronto tra il sudiciume e l’immondizia di Cime tempestose, deposito di bottiglie e di sporcizia dentro una casa ad arco che non sapresti se più insensata o più stupida, e tra la ricchezza fredda e geometrica di casa Linton, tutta velluti e postmoderno, dove il massimo segno di solitudine e assenza di desiderio è leggere un libro rigorosamente in silenzio.
Tra questi due scenari si muove una Margot Robbie ancora in modalità Barbie, ma questa volta in versione meringa o, in alternativa, infiocchettato uovo di pasqua, naturalmente incapace di resistere al richiamo di Jacob Elordi, sex machine patinato e plastificato.
Accodandosi al bisogno di mostrare e rimostrare le cose perché un pubblico distratto potrebbe non capire, ecco che Cathy e Heathcliff guaiscono rumorosamente mentre si accoppiano in ogni dove. La vendetta classista del trovatello Heathcliff che aveva promesso a sé stesso di tornare dove era stato umiliato e scacciato per vendicarsi, viene ridotta alla gelosia dell’amante tradito, che sposa la sorella (Alison Oliver) di chi si è preso la propria donna e la umilia come nemmeno nei fumetti per uomini soli.
E la domestica Nelly (Hong Chau), diventata orientale in nome di un’inclusività di facciata, perde completamente il ruolo di testimone che la Brontë le aveva affidato.
E mentre una musica fastidiosissima non smette un attimo di rintronare lo spettatore accentuando l’effetto fumetto e il fantasma della scrittrice si rivolta nella tomba, vien da pensare a cosa si è ridotta Hollywood col suo bisogno di vampirizzare i capolavori del nostro immaginario culturale e ridurli a inermi fumettoni.
Non per abbassarli al livello di un pubblico che altrimenti non capirebbe ma per schiacciare il pubblico a livello della propria insipienza e ignoranza.
9 febbraio 2026 ( modifica il 10 febbraio 2026 | 18:36)
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