di
Fabrizio Dividi
Il regista al Cinema Massimo: «Non so se Putin lo abbia visto. Nel caso lo troverà falso, sbagliato e non in sintonia con la sua politica, né tantomeno con i suoi sentimenti. Ma la verità nel mondo è una cosa, il modo in cui traduci in un film un’altra».
«Vladimir Putin rappresenta il male del nostro tempo. Lui lo sa e accetta questo ruolo consapevolmente». Ad affermarlo è Olivier Assayas, regista de Il mago del Cremlino ospite ieri sera al Cinema Massimo per la sua anteprima (che proseguirà con una retrospettiva a lui dedicata) e da domani distribuito in sala da 01 Distribution. «Io non so se Putin abbia visto o meno il mio film — continua — ma in caso affermativo, certamente lo troverà falso, sbagliato e non in sintonia con la sua politica, né tantomeno con i suoi sentimenti. D’altra parte, al di là del caso specifico, penso che la verità nel mondo è una cosa, il modo in cui traduci in un film è completamente un’altra».
Eppure in lavori come Carlos e Wasp Network, lei ha cercato di essere molto fedele alla storia. È il suo primo obiettivo?
«L’attinenza alla verità storica, per me, è essenziale. L’ho capito proprio nel 2009 mentre realizzavo la serie Carlos incentrata sul celebre terrorista marxista e mercenario venezuelano. La domanda che mi ponevo era: “Quali sono i limiti nella mia sceneggiatura? Fin dove posso allontanarmi?” Così mi sono dato la regola di ritagliarmi ampia libertà sulla psicologia dei personaggi e su aneddoti privati, ma di rimanere fortemente ancorato alla realtà in termini politici».
Come giudica quel lavoro in relazione al suo ultimo film?
«Sono passati più di 15 anni e non c’è nessun’altra versione della storia di Carlos in libro, documentario o film. Insomma, in quanto unico a raccogliere tutti gli elementi della sua vicenda in un modo coerente, possiamo dire che nessuno ha fatto meglio di me. Per quanto riguarda Il mago del Cremlino, con il co-sceneggiatore Emmanuel Carrère ho usato un metodo molto simile a quello di Carlos, con la differenza che qui partivamo dal romanzo di Giuliano Da Empoli».
Come ha scelto Jude Law nella parte di Putin?
«Per interpretare il premier russo c’erano diverse possibilità e forse qualcuno di più simile a lui potevamo anche trovarlo. Ma Jude poteva capire la complessità e la potenza del personaggio come pochi altri. Ci siamo conosciuti in una giuria a Cannes e ci siamo accorti di avere una visione molto simile del cinema ed è così che mi è venuto in mente».
Come lo avete costruito?
«Per creare il personaggio gli ho consigliato di vedersi alcuni documentari e di leggere libri e quando l’ho visto sul set aveva assimilato tutto ciò che io e Carrère avevamo assorbito in fase di scrittura. Alla fine, sapeva quello che sapevamo noi, e forse anche di più».
E come ha scelto Paul Dano per interpretare Vadim Baranov, l’immaginario «spin-doctor» di Putin?
«Dano è stata la prima e unica scelta da quando ci siamo messi a lavorare sulla sceneggiatura. Volevo lui perché ha una complessità molto più ampia rispetto ad altri attori. Lo vedi come un bravo ragazzo e in un attimo diventa serio o perfino spaventoso. È un attore dalla presenza scenica potente, ma sa lavorare in modo delicato ed è attento alle sfumature».
Bel ruolo anche per Alicia Vikander. Un po’ diverso dal romanzo originale?
«Nel romanzo è un personaggio secondario e poco sviluppato, ma quando mi sono chiesto se e cosa cambiare, ho pensato che lei poteva portare una dimensione umana alla storia. Sono stato per alcuni giorni in Russia a inizio anni Novanta e lì ho incontrato studenti e artisti. C’era potentissima energia e speranza e Ksenia incarna quello spirito, lo stesso di una generazione che poteva essere ma non è mai stata».
Un commento sulla sala «sold out» per la prima di Torino?
«Sono venuto qui molte volte, sempre in contesti legati al Museo Nazionale del Cinema, e ho sempre considerato Torino come città di cinema libero e creativo. Penso questo fin da quando il Torino Film Festival si chiamava Cinema Giovani: i cineasti indipendenti di tutto il mondo, mi creda, si riconoscono nei valori che quel festival ha saputo rappresentare nel modo migliore».
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11 febbraio 2026
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