La visita a Washington del premier israeliano Benjamin Netanyahu avviene sullo sfondo di un cambiamento negli equilibri del Medio Oriente, ancora poco avvertito al di fuori di quell’area

Il «triangolo» tra Stati Uniti, Israele e Arabia è percorso da tensioni. Il principe saudita Mohammed bin Salman (MbS), si è raffreddato verso Israele e sembra meno interessato ad aggiungersi ai paesi islamici firmatari degli accordi di Abramo



















































Per decifrare questi cambiamenti bisogna esplorare il Risiko delle potenze regionali, e il modo in cui stanno rivedendo le loro posizioni. Al centro c’è una realtà: l’Iran è talmente indebolito, e Israele è talmente rafforzato dagli eventi degli ultimi dodici mesi, che molti leader sunniti ora considerano prioritario «bilanciare» l’egemonia di Tel Aviv. E vedono in Trump un possibile partner in questa operazione.

Perfino l’ipotesi di un nuovo intervento militare americano contro l’Iran, è influenzata da questo mutamento. È noto che su Donald Trump hanno esercitato forti pressioni proprio i sauditi insieme ad altri paesi della zona – dalla Turchia al Pakistan – perché rinunci ad attaccare l’Iran. Per il momento l’opzione militare è ancora aperta, tutto rimane possibile. Se Trump strappa al regime degli ayatollah una rinuncia totale all’arricchimento dell’uranio (quindi una pietra tombale sulle aspirazioni nucleari) ed anche uno smantellamento dell’arsenale missilistico, potrà cantare vittoria. Intanto aumenta la pressione negoziale evocando la possibilità di spostare una seconda portaerei con relativa flotta nelle vicinanze dell’Iran.

Ma perché l’Arabia saudita oggi preme per la de-escalation, invece di tifare per un attacco americano che metta definitivamente fuori gioco il suo rivale storico? Dal 1979 l’Iran sciita e fondamentalista si è dato fra le sue missioni il rovesciamento della monarchia saudita e la conquista dei luoghi sacri dell’Islam, la Mecca e Medina. Per i sovrani di Riad la minaccia rappresentata da Teheran è sempre stata esistenziale, molto più grave di qualsiasi ostilità con Israele. Da quando poi alla guida del Regno saudita c’è il giovane MbS, Israele è stato considerato un modello di modernizzazione da emulare («nazione start-up») e un partner economico, tecnologico.

L’atteggiamento prudente che il principe MbS assume in questa fase, il lavoro ai fianchi di Trump perché rinunci all’attacco, non nasce solo dalla consueta avversione al rischio. Certo, tutti i paesi produttori di petrolio e gas nell’area del Golfo temono sempre gli scontri militari: l’Iran con le sue rappresaglie in passato prese di mira anche installazioni energetiche dei paesi vicini; la navigazione nel Golfo arabico-persico e nel Mar Rosso può essere turbata in caso di guerra. Però oggi questi rischi si sono molto ridotti. L’Iran non è mai stato così debole militarmente dai tempi della guerra con l’Iraq di Saddam Hussein (anni Ottanta). I colpi inferti prima da Israele, poi dagli Stati Uniti col breve raid del 21 giugno scorso, hanno azzoppato l’impero persiano.

Ma è proprio questo drastico mutamento nei rapporti di forze, la spiegazione del nuovo corso saudita. Tutte le gerarchie di potenza del Medio Oriente sono sconvolte. Il 7 ottobre 2023 la strage di ebrei scatenata di Hamas ha innescato una concatenazione di eventi che nessuno aveva previsto allora

Quella che era parsa una prova di forza da parte dell’Iran, che attraverso i suoi sicari regionali da Gaza al Libano alla Siria aveva accerchiato Israele, si è capovolta in una disfatta per la teocrazia sciita. I suoi alleati sono stati decapitati o indeboliti, il contrattacco israeliano è arrivato nel cuore di Teheran; fino alla coda delle proteste di massa che il regime ha schiacciato (finora) con una carneficina senza precedenti fra la sua popolazione.

Il riesame della situazione in Medio Oriente parte da qui. Tutto il mondo arabo ha oscillato fra il rispetto verso la formidabile prova di efficienza militare data da Israele, il compiacimento per il castigo inflitto agli ayatollah, e infine un timore: che Israele sia diventato troppo forte. Un episodio come il raid israeliano su Doha, Qatar, ha dimostrato che Tel Aviv riesce a colpire ovunque. Mai i rapporti di forze erano stati così sbilanciati.

Nel Risiko del potere, una delle regole di base della geopolitica è la ricerca di equilibri tra le forze in campo. Per quanto i paesi sunniti abbiano temuto l’Iran, avendo subito attacchi e stragi jihadiste per decenni, oggi nel riesame che fanno della situazione la minaccia rappresentata da Teheran si è ridotta. Mentre tutti si chiedono che uso farà Israele della sua soverchiante superiorità. Come ai tempi delle guerre napoleoniche in Europa, l’emergere di una potenza egemone tende a sollecitare la formazione di coalizioni «compensative». Di colpo il principe MbS non ha più fretta di aggregarsi agli altri firmatari degli accordi di Abramo normalizzando definitivamente i rapporti con Israele.

In questo cambio d’atmosfera hanno un peso anche le opinioni pubbliche interne. Perfino in un regime autoritario come l’Arabia saudita, la monarchia tiene conto degli umori popolari, che su Gaza e Cisgiordania si sono guastati nei confronti di Israele.

Ancora più importante però è il ruolo dell’America. La sua funzione di arbitro in Medio Oriente non è mai stata così incisiva e decisiva. Altre superpotenze come Cina e Russia sono diventate irrilevanti, in particolare dopo lo spettacolo d’impotenza fornito durante i bombardamenti Usa del 21 giugno 2025. 

Ma Trump, proprio in virtù di quell’ «affarismo» che spesso gli viene rinfacciato, ha sviluppato dei rapporti proficui con tutte le potenze arabe della zona: il Regno saudita, gli Emirati, il Kuwait, Bahrain, perfino il Qatar. Questi attori vedono un’opportunità: trovare in Washington una sponda, un partner diretto, che consente di by-passare il rapporto con Israele. Il business con gli Stati Uniti può diventare addirittura un’alternativa alla normalizzazione con Israele, per proseguire sulla strada dello sviluppo.  

11 febbraio 2026