È fresca la notizia che lo Stato italiano si è assicurato, per una cifra consistente, l’ultimo dipinto di Antonello da Messina presente sul mercato: un “Ecce Homo” che reca, sul verso, la raffigurazione di “San Girolamo nel deserto” in un paesaggio roccioso con una miracolosa veduta di mare che si slarga di sfondo.

APPROFONDIMENTI

Questa tavoletta double face, che ci si portava appresso in una fodera di cuoio come un amuleto o un altarolo portatile, Antonello la dipinse verso gli anni ’60 del ‘400. È la più bella notizia di questo inizio 2026 e non solo, per la cultura e la civiltà del Paese. Un Antonello da destinare ai nostri musei a beneficio di tutti. Perfetto, ma dove?

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Napoli. Antonello deve andare a Napoli. Non c’è museo che meriti questa tavoletta più di Capodimonte. Nessuno: neanche gli Uffizi che pure, del massimo pittore meridionale del ‘4oo, possiedono, da trent’anni, la parte centrale di un trittico con la Madonna col Bambino. Nessun museo più di Capodimonte merita questo potentissimo primo piano del redentore che ci chiama in causa, con urgenza e senza mediazioni, come una specie di Caravaggio del ‘400, ma tanto più vero e intenso; neppure i musei di Genova o Piacenza che pure di Antonello vantano altri “Ecce Homo”. No. Antonello deve prendere la strada della collina del Real Bosco per due ragioni, una più stringente dell’altra.

La prima è legata alla storia e alla pelle del pittore: siciliano di nascita e morto a Venezia relativamente giovane, Antonello si è formato a Napoli, sotto le ali di un maestro di seconda lista, Colantonio, specie di ventriloquo dei grandi pittori fiamminghi conosciuti alla corte aragonese. La seconda è intrinseca alle collezioni stesse del museo: Capodimonte si fregia di tutti i numeri rappresentativi di Colantonio. Ma non possiede Antonello, di cui Colantonio fu lo sparring partner perfetto.

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Metterli insieme a parete sarebbe un completamento naturale. Aggiungi che a Capodimonte sono custoditi altri dipinti che, spostandoci nelle sale dedicate ai veneziani, odorano del genio di questo nomade che sembra unificare la lingua di mezzo paese, dalla Sicilia alla Laguna, a colpi di capolavori. Basti pensare al ritratto di Luca Pacioli di Jaco Bar e al trittico di Alvise Vivarini. Come dire la migliore approssimazione ad Antonello in mancanza di Antonello. Si potrebbe continuare (il bello di un museo è allacciare rapporti tra i quadri mescolando occhio, passione e curiosità). Ma non c’è niente da fare. Dal primo al secondo piano, Capodimonte invoca, anzi pretende Antonello da Messina. E questo nessuno lo sa meglio del direttore, il tedesco Eike Schmidt, alla guida degli Uffizi per molti anni e che ora sta cercando, con scelte mirate e mai scontate di riattivare il dialogo, vitale per il sistema nervoso stesso della città, tra Napoli e il suo museo.